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Nel terzo saggio che, nell’autunno 1973, Enrico Berlinguer dedicò ad una riflessione sull’Italia dopo i fatti del Cile, che avevano condotto all’abbattimento della democrazia di Salvatore Allende con un colpo di Stato reazionario, il capo del Pci dimostrò come fosse “del tutto illusorio” ritenere che, col 51 per cento dei voti, si potesse garantire “la sopravvivenza e l’opera di un governo che fosse l’espressione di tale 51%”. E propose come “urgente e maturo un nuovo e grande compromesso storico tra le forze che rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano”.

Quel “compromesso storico” venne motivato esponendo il concetto che il Pci, secondo partito italiano, in un momento di grandi preoccupazioni internazionali che si riverberavano sulla condizione della democrazia in Italia, abbandonava la linea di una alternativa di sinistra e, con una svolta concettuale e politica, cominciava a parlare di una “alternativa democratica”, che necessariamente doveva passare attraverso “un confronto col mondo cattolico e con la Dc”, sin lì valutate come forze antagoniste, a giudizio dei comunisti esposte al rischio permanente di una involuzione antidemocratica.

Berlinguer si riferiva agli schieramenti politici in atto nel Paese dopo la formazione del IV governo Rumor Dc-Psi-Psdi-Pri. Ma la sua riflessione era tutta interna ad un Pci che, continuando a mantenersi attestato sulla trincea della alternativa di sinistra, cioè di un integralistico settarismo di partito, anche laddove fosse risultato capace di superare la fatidica soglia della metà dei voti popolari, non sarebbe stato nelle condizioni politiche e storiche di governare davvero, e stabilmente. Specificava infatti che il contesto da cui ricavare un orientamento politico più utile al Paese, e non al solo Pci, fosse “la profonda trasformazione della società per via democratica”. Che poteva “realizzarsi solo come grande rivoluzione della grande maggioranza della popolazione; e solo a questa condizione, consenso e forza si integrano e possono divenire una realtà invincibile”. Cioè, in altri termini, a trasformarsi, passando da desiderio, sogno e utopia, in una politica concreta e possibile.

In quella fase era in corso, sulle colonne di Rinascita, un dibattito sul ruolo degli intellettuali nella società contemporanea. In polemica con la “disperazione” che traspariva dalla prosa di Alberto Moravia, si osservava che era necessario uscire da quel “radicalismo intellettualistico che rifiuta la conoscenza critica della propria storia!; contestualmente, era tempo, sottolineava Rinascita (7 settembre 1973) di evitare di “cadere nell’errore di segno contrario e scambiare l’operaio forgiato dai rapporti sociali capitalistici come modelli del genere umano. Al contrario: l’intellettuale rivoluzionario deve battersi per la soppressione di tutte le configurazioni storiche limitate in cui oggi si incarna un sistema sociale basato sullo sfruttamento e sulla divisione in classe: deve battersi per la soppressione non soltanto della borghesia ma anche del proletariato e persino dell’intellighentia come corpo sociale a sé stante”.

Sono trascorsi quarant’anni da quelle intuizioni; tante utopie sono crollate; la sinistra ha mutato forme e nomi pensando di poter restare immodificabile, nella presunzione di potere, prima o poi, collocarsi in un ruolo politico egemone anche in Italia. Come allora, oggi la sinistra è minoritaria: nel 1973 il Pci era più forte dell’attuale Pd ed era guidato da un segretario che ragionava sui limiti di un rappresentativismo pur sempre inadeguato anche nell’ipotesi, del tutto teorica, di superare il 51 per cento del consensi popolari: che giudicava insufficiente a governare stabilmente e senza esporsi a ipotesi antirivoluzionarie sempre incombenti. Berlinguer era consapevole che il grosso del suo partito (e, soprattutto, del retroterra elettorale comunista) inseguiva delle chimere che non servivano né al Pci, né all’Italia democratica.

Oggi il Pd non ha identità; vale meno delle forze che il Pci possedeva quarant’anni orsono; è un ircocervo di confluenze contraddittorie e culturalmente difformi ovvero assemblearistiche e di tipo anarcoide ma imperniato su un categorialismo corporativo; e, tutto ciò malgrado, respinge l’idea stessa di alleanze, che costituisce invece la condizione stessa perché si continui a garantire i persistenti pluralismo sociale e pluralismo politico in certezza di democrazia.
L’idea poi di poter imporre all’altra, più ampia, metà degli italiani un proprio modello di governo altrimenti si torna a votare a giugno, oltre ad essere infantile, contrasta macroscopicamente con il prudente insegnamento di Berlinguer, ma anche col comunismo italiano delle origini: che non partecipò all’Aventino democratico perché non credeva né alla costituzionalizzazione del fascismo né ad una ripresa democratica che lo trovasse isolato ed estraneo alle istituzioni.

Berlinguer e l’insufficiente 51 per cento

Nel terzo saggio che, nell’autunno 1973, Enrico Berlinguer dedicò ad una riflessione sull’Italia dopo i fatti del Cile, che avevano condotto all’abbattimento della democrazia di Salvatore Allende con un colpo di Stato reazionario, il capo del Pci dimostrò come fosse "del tutto illusorio" ritenere che, col 51 per cento dei voti, si potesse garantire "la sopravvivenza e l’opera di un…

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