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A pochi giorni dalle elezioni presidenziali russe, che con tutta probabilità lo confermeranno per un altro mandato, il presidente Vladimir Putin ha fatto nuovamente ricorso alla retorica nucleare. Mercoledì 13 marzo Putin ha infatti avvertito l’Occidente che, qualora decidesse di inviare truppe in Ucraina, Mosca potrebbe rispondere utilizzando il proprio arsenale atomico.

Rispondendo ad una domanda se il Paese fosse davvero pronto per una guerra nucleare, postagli durante una conferenza stampa con i reporter del canale televisivo Rossiya-1 e all’agenzia di stampa statale Ria Novosti, Putin ha affermato che “da un punto di vista tecnico-militare, siamo ovviamente pronti”. Sottolineando poi che Washington avesse capito quanto fosse rischioso lo schieramento di truppe americane su territorio ucraino, che sarebbe stato trattato da Mosca alla stregua di un intervento: “(Negli Stati Uniti) ci sono abbastanza specialisti nel campo delle relazioni russo-americane e nel campo della moderazione strategica”. Al momento, il leader russo ritiene che lo scenario di guerra nucleare non si stia “preparando”, e non vede la necessità di usare armi nucleari in Ucraina. “Pertanto, non credo che qui si stia correndo verso questo (scenario), ma siamo pronti per questo”.

Putin ha anche ribadito che l’uso delle armi nucleari è previsto dalla dottrina nucleare della Federazione, dove vengono enunciate le condizioni per l’uso di tali armi: in generale, in risposta a un attacco con armi nucleari o altre armi di distruzione di massa, o all’uso di armi convenzionali contro la Russia “quando l’esistenza stessa dello Stato è minacciata”. Un recente leak di documenti condiviso dal Financial Times ha rivelato alcuni criteri più specifici riguardo alle situazioni che porterebbero ad un loro impiego.

Quest’evocazione dell’utilizzo dell’arma nucleare è soltanto un episodio che si colloca all’interno del più ampio uso della retorica nucleare del Cremlino: in molteplici occasioni dallo scoppio del conflitto in Ucraina lo spettro di una guerra atomica è stato evocato da Vladimir Putin (l’ultima delle quali in occasione dell’annuale Discorso sullo Stato della Nazione) o da altri esponenti della leadership moscovita; queste “minacce” sono state accompagnate da una serie di provvedimenti atti a “mostrare i muscoli”, come l’effettuazione di test missilistici o la revoca alla ratifica del bando sui test nucleari.

Putin ha accompagnato il suo agitare il bastone nucleare con lo sventolare (almeno in apparenza) di un ramoscello d’ulivo, invocando colloqui sull’Ucraina come parte di una nuova delimitazione della sicurezza europea dopo la Guerra Fredda. “La Russia è pronta per i negoziati sull’Ucraina, ma dovrebbero essere basati sulla realtà – e non sulle voglie dopo l’uso di psicofarmaci” sono le parole del presidente russo. Una proposta che già in passato l’amministrazione americana aveva liquidato, affermando che Putin non fosse pronto ad un serio processo di colloqui. Washington afferma di non aver riscontrato grandi cambiamenti nella posizione nucleare della Russia, ma che la tattica di ammonimenti nucleari seguita di Putin, opposta all’estrema cautela che caratterizzava la leadership sovietica al riguardo, ha seminato preoccupazione nella comunità strategica occidentale.

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