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Oggi l’Eurogruppo dovrebbe decidere le misure di cosiddetto debt relief per la Grecia. L’espressione appare beffardamente macabra, vista la condizione generale del Paese e della credibilità della Ue. Come noto, nella gestione di questa problematica, il cerchio non quadra: ridurre il tasso pagato dalla Grecia a livelli simbolici finirebbe con l’infliggere un danno a quei governi che si indebitano a costi esorbitanti, ma che non sono ancora sottoposti a misure di salvataggio e quindi partecipano al “soccorso”, o direttamente (ad esempio nella erogazione della prima tranche di aiuti, da 110 miliardi, prima che entrasse in funzione l’EFSF), oppure indirettamente, cioè col sistema di garanzie prestate al primo fondo salvastati, e destinate ad attivarsi in caso di default greco.

In alternativa, si esclude la ristrutturazione del debito greco, cioè l’abbattimento del valore nominale, perché rappresenterebbe un caso di monetizzazione del debito, oltre a rischiare di infliggere un colpo potenzialmente letale alla strategia della Bce, disancorando le attese inflazionistiche. Ci sono soprattutto un paio di numeri che danno la misura della non sostenibilità dell’attuale stock di debito greco, e li ricordano gli analisti di JPMorgan, che hanno fatto girare un paio di simulazioni. Nella prima si ipotizza una riduzione di 90 punti-base ai costi di finanziamento della Grecia, un ulteriore prestito di 14 miliardi da parte dell’EFSF, finalizzato a ricomprare il debito – già ristrutturato – detenuto dai privati (cioè di fatto a stringere il cappio ancor più attorno al collo greco), ed il trasferimento alla Grecia degli utili che la Bce ha sinora conseguito sull’acquisto dei titoli di stato ellenici.

Se non avete cambiato canale, sotto questa ipotesi il rapporto debito-Pil greco arriva al fatidico 2020 al valore di 130,6 per cento, e solo nel 2012 scende sotto la fantasiosa soglia del 120 per cento. Quindi no buono. Per contro, uno scenario “inerziale”,cioè di status quo, porta il debito-Pil a circa il 148 per cento al 2020. Il tutto ipotizzando che le previsioni sull’evoluzione del Pil greco siano corrette. Perché, come vedete nel grafico qui sotto, l’elemento caratterizzante di questa crisi è stato l’errore sistematico per eccesso di ottimismo, cioè la sistematica sottostima del valore del moltiplicatore fiscale.

Ultima considerazione di David Mackie di JPMorgan, quella definitiva:

«La grande questione della ristruttuazione dei prestiti ufficiali (alla Grecia) dovrà comunque trovare una risposta, ad un certo momento nel futuro. La dinamica di debito nelle tabelle di cui sopra continua ad assumere numeri fiscali ambiziosi ed una solida crescita del Pil nominale. Si assume che la Grecia sarà in grado di conseguire indefinitamente un avanzo primario pari al 4,5 per cento di Pil, e la crescita nominale media è assunta pari al 4 per cento»

Ribadiamolo: si avvicina la resa dei conti, oltre che dei contabili. A questo punto, spetta ai creditori virtuosi (cioè ai tedeschi: l’Italia è anch’essa paese creditore ma, come noto, non ha la tempra morale e moralistica teutonica) scegliere cosa vogliono fare da grandi: se proseguire a fingere e ficcare un volume crescente di debito e dinamite sotto il tappeto greco, oppure arrendersi e far deflagrare l’intero edificio. Tempi interessanti, come sempre.

 

Mario Seminerio

La versione integrale dell’analisi si può leggere qui.

Vietato esitare ancora sulla Grecia

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