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In poco più di un anno l’Unione europea ha virtualmente riaperto le proprie porte, rimaste chiuse per oltre un decennio, a un numero sorprendente di Paesi. Dopo l’ingresso della Croazia nel 2013 (e l’uscita della Gran Bretagna nel 2020), la lista degli aspiranti membri ora comprende ben nove candidati – sei dall’Europa sud-orientale e tre dal vicinato orientale – tutti oramai impegnati, sia pure a stadi diversi, nei negoziati con Bruxelles. Le ragioni di questa svolta sono essenzialmente politiche: nei Paesi balcanici, il blocco di fatto dell’allargamento aveva rallentato le riforme interne e favorito una crescente interferenza di altri attori esterni nella regione.

Per i Paesi ex sovietici, è stata l’aggressione russa all’Ucraina a convincere anche i partner Ue più scettici della necessità di offrire loro al più presto la prospettiva comunitaria. Integrarli tutti (o quasi) imporrà, in prospettiva, anche una riforma dell’Unione attuale, ma ora sarebbe controproducente farne un prerequisito, vista anche la difficoltà dei ventisette – e la reticenza di molti fra loro – a modificare i trattati esistenti.

Turchia a parte (sono ormai in pochissimi a credere che Ankara possa o voglia ancora rispettare tutte le condizioni per l’adesione), la schiera dei candidati – vecchi e nuovi – può essere suddivisa in tre gruppi. Il primo – con Montenegro, Albania e Macedonia del Nord – potrebbe in effetti entrare nell’Unione in tempi rapidi: i tre Paesi contano in totale meno di cinque milioni di cittadini, non hanno dispute significative aperte fra loro (o con qualcuno dei ventisette) e sono già tutti membri della Nato.

L’Unione potrebbe perfino puntare ad accoglierli già durante il prossimo ciclo istituzionale – magari all’insegna del motto “trenta nel 2030” – senza modificare granché le proprie procedure e politiche comuni. Incidentalmente, questo allargamento adriatico sarebbe nell’interesse strategico dell’Italia.

Il secondo gruppo – con Serbia, Bosnia e, potenzialmente, Kosovo – pone già più problemi non tanto di taglia (circa dodici milioni di cittadini) quanto, soprattutto, di politica internazionale, dato che l’assetto di questa parte della regione è soggetto a vincoli e decisioni che vanno molto al di là dell’influenza dell’Unione e della stessa Nato, investendo direttamente il Consiglio di sicurezza dell’Onu.

La loro futura integrazione non può prescindere da una risoluzione delle questioni territoriali e costituzionali ancora aperte. Ma oggi è il terzo gruppo, comprensibilmente, ad attrarre le attenzioni politiche maggiori. Ucraina, Moldavia e Georgia sono infatti candidati con una sovranità territoriale intaccata e contestata, che si tratti di Transnistria per Chisinau, Abkhazia e Ossezia meridionale per Tbilisi, o Crimea e Donbass per Kyiv.

E se per Moldavia e Georgia i conflitti che hanno portato alle secessioni sono in parte congelati, per l’Ucraina la guerra è tuttora in corso: è stata proprio l’invasione russa a spingere i tre Paesi verso l’Ue e l’Unione ad ammetterli quasi subito come candidati.

Per tutti e tre una piena integrazione europea resta difficile senza una qualche composizione, sia pure temporanea, dei conflitti (caldi o freddi) che li hanno investiti. Anche perché l’Unione da sola non sarebbe probabilmente in grado di garantirne la sicurezza: finora tutti i Paesi entrati nell’Unione erano prima entrati anche nella Nato (salvo i neutrali, ma per loro scelta).

Per tutti e tre inoltre – ma soprattutto per Kyiv – l’incidenza sulle politiche comuni sarebbe maggiore. L’Ucraina ha un’economia ancora prevalentemente agricola (il “granaio del mondo”, con un quinto dell’intera superficie coltivabile europea), un reddito medio pro capite che, già prima dell’aggressione russa, era un terzo di quello Ue, e una popolazione paragonabile a quella di Spagna e Polonia.

Il suo impatto sulla politica agricola comune e sui fondi di coesione, senza contare i costi della ricostruzione post-bellica, sarebbe insomma dirompente, e ha già creato tensioni con gli agricoltori polacchi sull’export dei cereali, oltre all’ostilità più politica dell’Ungheria di Orban. In questo caso, la riforma interna all’Ue dovrebbe senz’altro precedere e preparare un loro futuro ingresso, a cominciare dai negoziati sul prossimo bilancio pluriennale 2028- 2034.

Rendere l’allargamento dell’Unione credibile e sostenibile senza creare aspettative che rischiano di essere deluse – innanzitutto a Kyiv – richiede dunque a tutte le parti riforme coraggiose, compresa quella dello stesso processo di adesione, anch’esso forse da suddividere, sostituendo al lungo pellegrinaggio attuale – irto di soste, posti di blocco e ostacoli di vario genere – una corsa a tappe con traguardi e premi intermedi per tutti i candidati, tale da fornire gradualità (e reversibilità, se necessario) ma anche tangibilità alla loro piena europeizzazione.

Formiche 199

Come rendere sostenibile e credibile l’allargamento dell’Ue. Il commento di Missiroli

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Per Ucraina, Moldavia e Georgia una piena integrazione nell’Ue resta difficile senza una qualche composizione, sia pure temporanea, dei conflitti (caldi o freddi) che le hanno investite. L’Unione da sola non sarebbe probabilmente in grado di garantirne la sicurezza: finora tutti i Paesi entrati nell’Ue erano prima entrati anche nella Nato. Il commento di Antonio Missiroli, professore a Sciences Po e Sais Europe, già direttore dell’Istituto di studi sulla sicurezza dell’Ue e segretario generale aggiunto della Nato, pubblicato sull’ultimo numero della rivista Formiche

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