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Il rientro dal debito pubblico è uno dei temi centrali su cui si sta confrontando il governo. Una task force, guidata dal ministero dell’Economia, sta procedendo a un programma di dismissioni. L’attuazione della spending review darà un contributo anche in questa direzione. Sono state presentate una dozzina di proposte ora al vaglio dell’esecutivo.
 
C’è, però, anche una scuola di pensiero secondo cui non sarebbe necessario adottare misure straordinarie in questo senso poiché basterebbe continuare ad assicurare un adeguato “avanzo primario” per risolvere il problema. L’espressione più completa è nel saggio di William B. Cline dell’Institute for international economics (Wp 12-12 del Peterson institute) che ha avuto una notevole eco in quanto basato sulla costruzione di ben 243 scenari dell’evoluzione del debito pubblico dell’Italia (e della Spagna).
 
Il saggio è stato verosimilmente letto frettolosamente e senza un adeguato bagaglio statistico e quantitativo. L’analisi di Cline si basa su un concetto di “sostenibilità” del debito pubblico molto restrittivo e puramente contabile – in breve di probabilità di insolvenza. Alla base del peso del debito sull’Italia, c’è innanzitutto la mancanza di crescita sino al 2008 e la perdita di dieci punti percentuali del Pil da allora ad oggi.
 
Secondo stime, non solo mie ma della Commissione europea, della Banca centrale europea e del Fondo monetario, il peso del debito rallenta di un punto percentuale l’anno la crescita del Pil, portandone il tasso potenziale dall’1,3% allo 0,3% l’anno e rendendoci predisposti a scivolare in recessione. Alla luce di questa considerazione, gli scenari proposti da Cline, e i relativi calcoli, assumono una luce molto differente da quella che ad essi tendono a dare alcuni lettori.
 
A mio avviso, anche meramente sotto il profilo statistico, il lavoro ha aspetti discutibili. L’applicazione del calcolo delle probabilità agli scenari sarebbe stato più utile se Cline fosse andato due passi più in là di quanto appare nel saggio. In primo luogo, sarebbe stato utile effettuare “simulazioni di Monte Carlo” per rendere più eloquente il messaggio agli organi politici; dando soltanto i tassi di probabilità (e non la loro frequenza), si può tendere a pensare che il problema sia in gran misura superato, oppure di importanza relativa.
 
In secondo luogo, sarebbe stato utile applicare tecniche per quantizzare le opzioni reali di fronte al governo (di scelte economiche in materia di debito) non tanto per eleganza formale, ma per aiutare a individuare quali sono le modalità che comportano maggiori “finestre di opportunità” per l’Italia e per gli italiani. Il punto chiave riguarda quella che, in gergo, possiamo chiamare la “neuro-macroeconomia” o “la macroeconomia comportamentale”, ossia le implicazioni psicologiche di decisioni macroeconomiche.
 
In molte occasioni, l’Italia ha dato prova di saper trovare la tensione necessaria a risalire la china se ha obiettivi chiari e condivisi. Vent’anni fa, dopo la crisi del 1992-93, tali obiettivi chiari e condivisi furono quelli di entrare nel gruppo di testa dell’unione monetaria.
 
Oggi, in un contesto politico-sociale molto più complesso di quanto mostrato da una recente inchiesta del New York Times, il binomio “abbattimento del debito-ritorno alla crescita con equità” può essere la molla perché le forze politiche e le parti sociali lavorino insieme per uscire da quella che potrebbe essere una palude, utilizzando organi di rilievo costituzionale come il Cnel. Ama ripetere questo punto uno storico dell’economia, peraltro, con un’indole piuttosto scettica, come il premio Nobel John Douglas North.
 
Insomma, se vogliamo che i mercati ci rimettano i nostri debiti, dobbiamo darci una mossa con grande serietà e coraggio.

Questione di neuro-macroeconomia

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