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Diceva Mino Martinazzoli in tempi non sospetti che l’unità politica dei cattolici non è mai stato un dogma. E, aggiungeva, neanche la diaspora dei cattolici lo è mai stato. Una osservazione corretta ed ineccepibile perché anche nella lunga esperienza della Democrazia Cristiana si registrò la convergenza dei cattolici attorno ad partito ma per ragioni storiche e non per motivazioni intregraliste o, peggio ancora, di natura confessionale.

Una fase, comunque sia, che abbiamo ormai consegnato agli archivi storici e alla convegnistica. Ora, al di là dell’esperienza democristiana e dei partiti che sono succeduti al tramonto del “partito italiano”, cioè la Dc, è indubbio che la presenza politica dei cattolici può diventare, laicamente, di nuovo protagonista solo se riesce ad essere politicamente autorevole e culturalmente significativa. È perfettamente inutile l’operazione di reclutare in un partito un gruppo di cattolici per poi potere esibire pubblicamente che anche in quel partito c’è un pluralismo culturale di fondo.

Quelle, come noto, si chiamano più comunemente quote panda, cioè un modo come un altro per sottolineare che “anche noi abbiamo i cattolici”. Una operazione antica perché ricorda, ad esempio, i “cattolici indipendenti di sinistra” del vecchio Pci o, per venire all’oggi, quei cattolici presenti in molti partiti ma che si riducono ad essere un banale ed insignificante specchietto per le allodole. Ecco perché oggi la vera sfida, politica, culturale, programmatica e forse anche organizzativa, è un’altra.

E cioè, i cattolici, seppur nel rispetto del pluralismo delle varie opzioni politiche, o riescono a costruire, con altri, il progetto politico complessivo del partito in cui militano oppure, e al contrario, diventano una appendice del tutto insignificante e forse anche inutile se rapportata alle vicende della storia democratica del nostro paese. Certo, non passa attraverso la richiesta, questa sì umiliante ed incommentabile, di avere “un posto nella segreteria nazionale del partito – come avviene nel Pd della Schlein – la strada per riaffermare una rinnovata presenza dei cattolici in politica.

Come, d’altro canto, non è con presenze singole, e quindi del tutto testimoniali, all’interno dei partiti personali la via migliore per riaffermare una cultura politica e anche un universo valoriale, seppur da mediare con altri filoni ideali. Per queste motivazioni, semplici ma essenziali, la presenza dei cattolici in politica nella società contemporanea – ancora in assenza, purtroppo, di un partito di riferimento più o meno identitario, anche se nel profondo rispetto della laicità dell’azione politica, può ritrovare un senso, una funzione ed una “mission” specifica solo se riesce ad essere politicamente incisiva e culturalmente determinante.

In caso contrario, purtroppo, o continueremo a rimpiangere i tempi antichi da un lato, con un carico nostalgico del tutto improduttivo e sterile, oppure, e dall’altro, a pensare che il tutto si risolve regalando gentilmente una manciata di parlamentari nei vari partiti di appartenenza. Due modi che sono accomunati solo da un disvalore. E cioè, dalla riduzione della tradizione, della cultura, dei valori e della storia del cattolicesimo politico italiano ad un fatto folkloristico. E questo non possiamo e non dobbiamo accettarlo.

Cattolici, o si pesa politicamente o è testimonianza. Scrive Merlo

I cattolici, seppur nel rispetto del pluralismo delle varie opzioni politiche, o riescono a costruire, con altri, il progetto politico complessivo del partito in cui militano oppure, e al contrario, diventano una appendice del tutto insignificante e forse anche inutile. Il commento di Giorgio Merlo

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