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Venerdì le autorità cinesi hanno annunciato l’avvio di un’indagine anti-dumping su alcuni prodotti alcolici provenienti dall’Unione europea. Nel mirino di Pechino, che sostiene di essere stata sollecitata da un’associazione nazionale di liquori, ci sono liquori legati alla tradizione francese come il brandy e cognac – un mercato di nicchia ma redditizio per i produttori come Pernod Ricard e Remy Cointreau, che nel 2023 hanno segnato esportazioni in Cina per oltre 1,5 miliardi di dollari e le cui azioni sono crollate nel corso della giornata.

Se sembra strano che il Dragone si voglia impegnare così pubblicamente nell’assicurarsi che i marchi di brandy esteri non mandino fuori mercato i propri, è perché con ogni probabilità questa indagine ha più a che fare con le auto elettriche – specificamente con l’indagine anti-dumping avviata a settembre dalla Commissione di Ursula von der Leyen per valutare l’impatto, ed eventuali correttivi, dell’“inondazione” di veicoli elettrici cinesi a basso costo che minaccia di distorcere il mercato europeo.

Pechino aveva già reso noto il suo fastidio per la mossa europea, specie la possibilità che nuove barriere commerciali possano ostacolare la sua strategia per conquistare il mercato europeo (il più importante dopo quello nazionale per i produttori cinesi). E l’apertura di un’indagine sui liquori tipicamente francesi ha tutto l’aspetto di una rappresaglia, nemmeno troppo velata, per il protagonismo di Parigi nel sostenere l’indagine europea sull’auto elettrica cinese. Un’interpretazione su cui la stragrande maggioranza degli analisti si sta trovando d’accordo.

In altre parole, l’indagine sul brandy potrebbe essere un possibile preludio delle tecniche di coercizione economica, con finalità prettamente politiche, che la Cina ha già usato in passato. Ci sono diversi precedenti – il più recente in Ue con la Lituania, per via di Taiwan – e ce n’è persino uno nel campo degli alcolici: quando sono esplose le tensioni geopolitiche con l’Australia le autorità cinesi hanno imposto tariffe sui vini australiani, colpendo con vigore uno dei principali mercati esteri del Paese, per poi rivedere i dazi all’abbassarsi delle tensioni. E negli scorsi mesi anche le importazioni di pesce giapponese sono state colpite con il pretesto dello sversamento in mare dell’acqua di Fukushima.

Non è improbabile, dunque, che l’avvio dell’indagine cinese sia anche un avvertimento riguardo a quello che potrebbe succedere se l’Ue finisse per imporre dazi sulle importazioni di Ev. A settembre il ministero del Commercio di Pechino aveva promesso di prestare “molta attenzione alle tendenze protezionistiche dell’Ue e alle azioni successive” con lo scopo di salvaguardare “con fermezza i diritti e gli interessi legittimi delle imprese cinesi”.

Pechino non riconosce il merito delle preoccupazioni commerciali europee, come dimostrato durante il summit tra von der Leyen, Charles Michel e il presidente cinese Xi Jinping, ed è difficile che si faccia scrupoli nel rispondere con tariffe equivalenti, o anche utilizzando altre leve economiche, come hanno già sperimentato gli svedesi di Northvolt nel vedersi limitare le consegne di grafite per le batterie per auto. E l’apertura del fronte del brandy è solo l’ultimo tassello in una relazione commerciale sempre più tesa: le controversie commerciali tra Cina e Ue si sono moltiplicate nel corso del 2023, e a dicembre Bruxelles ha dichiarato che avrebbe avviato un’altra indagine anti-dumping sulle importazioni cinesi di biodiesel, che si va ad aggiungere a quella sull’acciaio del Celeste Impero oltre alle auto.

La battaglia del cognac. Pechino risponde all'indagine Ue sulle auto elettriche

La Cina annuncia un’indagine anti-dumping sui liquori tipicamente francesi, un avvertimento non troppo velato all’Europa in generale e a Parigi (protagonista nell’avvio dell’indagine europea sull’inondazione di veicoli elettrici cinesi) in particolare. Il copione di Xi è il solito: modulare la pressione economica per fini politici

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