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Un ex dirigente della Samsung – il cui nome non è ancora stato reso noto, si sa solo che ha sessantacinque anni – è stato arrestato dalle autorità sudcoreane. Motivo: tra il 2018 e il 2019 avrebbe rubato piani industriali della società in cui ricopriva l’incarico dal valore di 233 milioni di dollari, per costruire una fabbrica in Cina, più specificatamente a Xian, dove l’azienda ha già un suo impianto. L’arresto sarebbe avvenuto circa un mese fa, ma la notizia è stata diffusa solamente nella giornata di lunedì. Fino a sentenza contraria, il soggetto in questione – e altri sei complici indagati come lui – rimane un presunto colpevole, seppur nella prigione di Suwon, nella periferia a sud di Seul. Ma se dovesse arrivare la condanna si tratterebbe di una notizia piuttosto clamorosa.

“Si tratta di un grave crimine che avrebbe potuto avere un enorme impatto negativo sulla nostra sicurezza economica, scuotendo le fondamenta dell’industria nazionale dei semiconduttori in un momento in cui la competizione per la produzione di chip si intensifica di giorno in giorno”, ha commentato l’ufficio del pubblico ministero all’Associated Press.

Quella che voleva prendere e portare in Cina rientrava infatti nella “tecnologia nazionale fondamentale”, protetta da leggi ad hoc pensate per proteggere l’economia del Paese asiatico. Non a caso, il settore dei microchip è fondamentale per la Corea del Sud, visto che l’anno scorso rappresentava il 16,5% dell’export (di cui il 40% verso la Cina).

Quello che intendeva trasportare nella terra del Dragone era materiale altamente sensibile, tra cui progetti di elaborazione e dati ingegneristici di base per progettare ambienti tali da prevenire la contaminazione nel processo di fabbricazione di chip. “Il sospettato ha tentato di duplicare un’intera fabbrica per produrre semiconduttori in Cina”, continuano dall’ufficio del procuratore, a cui Reuters aggiunge che “se il tentativo fosse andato a buon fine, l’industria sudcoreana sarebbe stata danneggiata irreversibilmente”, senza contare per il danno che avrebbe subito la Corea del Sud in termini di sicurezza.

D’altronde stiamo parlando della Samsung, non proprio l’ultima arrivata nel comparto. Il presunto ladro digitale ci ha lavorato per diciotto anni (e altri dieci da Sk Hynix, un altro colosso nazionale) e quindi conosceva molto bene come infiltrarsi nell’ambiente. Per dirla con le parole utilizzate dai pubblici ministeri, si tratta di uno dei massimi esperti sudcoreani nella produzione di semiconduttori. Dopo le esperienze citate, il sessantacinquenne ha tirato su una sua società, reclutando anche dalle altre due aziende in cui ha lavorato, convinti dalle retribuzioni più alte. Ora, invece, non si sa cosa sarà del loro futuro.

La vicenda arriva in un momento assai particolare. Non soltanto perché conferma che la corsa ai chip è una partita centrale su cui tutti vogliono toccare palla senza lasciarla a nessun altro, ma anche perché Seul ha da poco annunciato di voler supportare la loro industria. Anche attraverso la sorveglianza, come ha sottolineato la polizia locale. “Ci occuperemo severamente di qualsiasi perdita della nostra tecnologia all’estero e risponderemo con forza alla fuga illegale di tecnologie di base dalle società nazionali nei settori dei semiconduttori, automobilistico e della costruzione navale”. I ladri tech sono avvertiti.

Guerra dei chip, il colpo grosso (fallito) alla Samsung

Il piano di un ex dirigente della società è stato scoperto dalla polizia sudcoreana, che lo ha arrestato. La notizia è clamorosa già di per sé per l’ambiziosità dell’obiettivo: copiare i piani industriali del microchip e riprodurli nella terra del Dragone. Il tentativo è finito male, ma rivela ancora una volta l’importanza della partita sui semiconduttori

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