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Gli interventi su Caivano, dopo lo stupro ai danni di due cuginette, hanno riacceso i riflettori sul degrado di alcune realtà residenziali della Penisola. Le periferie delle città sono sempre più invivibili. Chi sognava per loro un futuro da quartieri degni di essere definiti tali non può che prendere atto del clima sempre più infernale in cui vivono migliaia e migliaia di cittadini. Eppure, a dispetto dei continui fatti di cronaca caratterizzati da violenze e sopraffazioni varie, sono in pochissimi a sottolineare il legame tra la cattiva urbanistica e l’insostenibile pesantezza del vivere quotidiano in paesi e rioni in cui prevale solo la legge del più forte. Non è un caso che la criminalità giovanile (e non) proliferi soprattutto nelle periferie abbandonate, segnate da costruzioni offensive per la dignità delle famiglie, casermoni spesso concepiti nei decenni passati sull’onda di un furore ideologico teso a impedire l’integrazione tra i ceti più poveri e gli ambienti più benestanti di una comunità. Risultato: la totale ghettizzazione di una parte della popolazione, la micidiale penalizzazione della fascia sociale che più avrebbe avuto bisogno di contaminarsi con gli ambienti più fortunati di un territorio. Più reazionari di così gli artefici, i progettisti dei Muri (apparentemente) invisibili che hanno spaccato molte città italiane non avrebbero potuto essere. E con loro i committenti politici che hanno programmato uno sviluppo urbanistico così sciagurato.

E pensare che quando hanno commissionato queste disastrose sperimentazioni urbanistiche i più tiravano in ballo, a sostegno dei singoli progetti, il top della letteratura architettonica mondiale, a cominciare dal celebratissimo Le Corbusier (1887-1965). Per non dire di tutti gli filosofici inattaccabili che svettavano nelle relazioni di presentazione. Che poi quelle non prevedessero servizi alla cittadinanza, luoghi di aggregazione, spazi per lo sport ed altro ancora, chi se ne importava. L’importante era che prevalesse una sorta di razionalismo costruttivista anti-borghese, che quasi sempre confondeva e confonde tuttora la popolazione in carne ed ossa con l’astrazione e l’astrattezza di numeri e dottrine.

La verità è che quelle periferie da infarto non andavano realizzate neppure se i loro ideatori fossero riusciti a dotarle di tutte le opere di urbanizzazione degne di un Paese civile. Non andavano realizzate perché erano segnate da un imperdonabile peccato originale: quello di agevolare e ratificare la ghettizzazione di una parte considerevole della cittadinanza. E se una percentuale di popolazione si ritrova in una terra di nessuno, priva di contatti con il cuore pulsante di un organismo cittadino, nemmeno i servizi pubblici più efficienti elimineranno le sacche di insoddisfazione sociale che inevitabilmente si formano quando viene meno la fusione umana tra sensibilità e ceti diversi, quando si blocca la risonanza creativa che favorisce lo sviluppo di una collettività comunale.

Ma nonostante un bilancio così fallimentare in materia di sperimentazioni urbanistiche sfociate nell’emarginazione di consistenti fette di una società urbana, si continua a commettere l’errore di progettare la costruzione di nuovi manufatti edilizi separati che aggiungeranno altro isolamento, altre segregazioni.

Basti pensare ai programmi e agli interventi degli istituti di case popolari, che in un Paese civile e moderno andrebbero eliminati con un tratto di penna e senza rimpianti. Uno, essi perché contribuiscono, appunto, a ghettizzare gente su gente. Due, perché spesso sono controllati dalla criminalità organizzata che decide sull’assegnazione degli alloggi. Tre, perché alimentano quell’assistenzialismo parassitario che fa lievitare costi e problemi. Quattro, perché deresponsabilizzano l’assegnatario. Cinque, perché quasi sempre sono occasioni di corruzione a tutto spiano, oltre che di scarsa qualità degli edifici innalzati. Sei, perché servono solo ai signori del sottogoverno che li amministreranno seduti su comode poltrone. Insomma.

Uno Stato che vuole davvero risolvere la questione abitativa, mettendo i più sfortunati nella condizione di vivere in una casa decente, non ha che da imboccare una sola strada: stabilire la graduatoria di tutti i bisognosi e assegnare a ciascuno di loro la somma necessaria (ovviamente fissa) per prendere in fitto un appartamento nella zona cittadina preferita. Lo Stato risparmierebbe sotto quasi tutti i punti di vista, non si metterebbe a fare il costruttore, reciderebbe le radici della corruzione e, soprattutto, agevolerebbe l’integrazione tra tutti i gruppi sociali mettendo la parola fine sul fenomeno ghettizzazione. Con enormi positivi effetti in materia di sicurezza e di prevenzione della criminalità (micro e macro).

Questa ricetta, pragmatica oltre che rispettosa del decoro altrui, offrirebbe pure il vantaggio di sfruttare il cospicuo patrimonio abitativo rimasto vuoto in ogni città, e di preservare così parecchi ettari di suolo. E dal momento che il territorio resta l’unico bene non riproducibile, il risparmio di terreno non sarebbe un beneficio da niente.
Provate a immaginare come cambierebbe il volto di una città se il potere pubblico concedesse ai più deboli (economicamente parlando) un bonus casa da impiegare nei quartieri cittadini di loro gradimento. Cesserebbero di colpo l’effetto Scampia, l’effetto Zen, l’effetto Corviale e via elencando. Il auspicato da Renzo Piano si realizzerebbe quasi in automatico. Anzi, sarebbe un ancora più profondo ed efficace, perché sarebbe di tipo sociale prima che urbanistico.

Ma siccome queste misure, queste riforme non generano poltrone e poteri, difficilmente avranno la fortuna di essere prese in considerazione. Speriamo di essere smentiti e che prima o poi il governo affronti la questione delle periferie e dell’edilizia popolare adottando lo strumento più liberale e inclusivo che ci sia: il bonus casa (fisso) a favore di chi davvero ne ha bisogno, lasciando libero il beneficiario di scegliere dove andare ad alloggiare.

Contro i quartieri-ghetto un bonus-casa per l’integrazione

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