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“Nessuno sa veramente cosa potrebbe significare ‘vittoria’ in questo momento, e nessuno può essere certo di cosa accadrà dopo”. Una fonte dalla Cisgiordania ragiona su cosa accadrà dopo l’inizio dell’operazione di terra che con ogni probabilità Israele avvierà nei prossimi giorni sulla Striscia di Gaza. La situazione in Cisgiordania è rimasta altamente volatile, con tensioni in aumento a causa del conflitto in corso e il rischio di apertura di un nuovo fronte interno  per Israele.

Il capo di Stato Maggiore dell’Esercito israeliano, Herzl Halevi, ha dichiarato l’intenzione di entrare a Gaza per una specifica missione operativa: distruggere gli operatori e le infrastrutture di Hamas. Questo annuncio ha coinciso con le notizie di vittime lungo il confine tra Israele e Libano, dove l’esercito israeliano ha scambiato fuoco con Hezbollah, un gruppo militante sciita che si muove all’interno della galassia sostenuta dall’Iran. Si continua a temere l’apertura di un nuovo fronte nel conflitto tra Israele e Hamas, con potenziale maggiore coinvolgimento iraniano.

L’obiettivo israeliano è eradicare Hamas, perché “dopo l’attacco di due settimana fa, Israele non può permettersi di avere più una minaccia del genere in casa”, spiega la fonte locale a Formiche.net. Se la distruzione delle capacità militari del gruppo palestinese è l’obiettivo auspicato, il problema è come raggiungere la meta in modo efficace, che significa consolidazione dei risultati in futuro, curandosi al massimo di non colpire i civili e salvare gli ostaggi ancora in mano ai terroristi, evitando il contagio della guerra.

Israele ha anche ordinato l’evacuazione di Kiryat Shmona, una città di confine di circa 25.000 abitanti, a causa delle continue minacce di Hezbollah e delle fazioni palestinesi alleate. In questo contesto, Hezbollah ha riferito della morte di uno dei suoi combattenti e del ferimento di due lavoratori agricoli thailandesi in Israele. Il segretario di Stato americano, Antony Blinken, ha avuto una telefonata con il primo ministro libanese ad interim Najib Mikati alla luce dei nuovi scontri: obiettivo cercare di gestire la situazione.

Hamas, problema comune

Israele sta spingendo per la condivisione del problema-Hamas, che si collega a quello relativo a Gaza. A diciotto anni dal disimpegno, e dopo sedici di fallimentare amministrazione militarista della Striscia da parte di Hamas, l’idea israeliana è innalzare la questione sul piano internazionale regionale. Ma i Paesi arabi non stanno rispondendo. Sia Giordania che Egitto, i più diretti interessati, rifiutano la cogestione di eventuali flussi migratori, con il valico di Rafah — unico collegamento della Striscia assediata con il resto del mondo — che Il Cairo apre solo a sporadici e iper controllato passaggi di aiuti umanitari diretti dall’Onu.

È importante considerare che, anche nel caso in cui il passaggio fosse aperto e ai palestinesi fosse permesso di fuggire, non tutti sceglierebbero di abbandonare la Striscia di Gaza, nonostante gli intensi bombardamenti israeliani. Molte persone, al contrario, hanno l’intenzione di rimanere nel proprio paese e nelle proprie case, temendo che lasciarli significherebbe rivivere una nuova “nakba”. La nakba, che in arabo significa “catastrofe” fa riferimento al periodo durante e dopo la guerra che seguì la creazione dello Stato di Israele nel 1948, quando centinaia di migliaia di palestinesi furono costretti a abbandonare le proprie terre e diventare profughi, trovando rifugio in Giordania e Libano. Da allora, Israele non ha permesso ai profughi palestinesi di fare ritorno, e attualmente si stima che circa cinque milioni di palestinesi vivano in campi profughi in diversi paesi del Medio Oriente. A questa base storica e culturale di alto respiro, va aggiunto che sia il governo egiziano che quello giordano sono particolarmente preoccupati che l’arrivo di nuovi palestinesi crei problemi di sicurezza e possa sensibilizzare le posizioni interne anti-immigrazione.

Ma davanti a un’invasione israeliana, come sarà gestito il flusso di chi vuole fuggire dalla guerra? È potenzialmente corretto pensare che al di là di posizione più ideologizzate, l’inizio dei combattimenti — che si prospettano guerriglie urbane massacranti — potrebbe far aumentare il numero di coloro che vogliono fuggire dalla guerra. Anche di questo si è discusso nella riunione del Cairo di sabato; anche di questo si sta occupando la diplomazia internazionale.

Il re giordano Abdullah II ha sottolineato che lo sfollamento forzato o interno dei palestinesi sarebbe stato considerato un crimine di guerra, esprimendo preoccupazione per i doppi standard nel trattamento dei palestinesi e per l’applicazione selettiva del diritto internazionale. Tuttavia, il vertice non ha portato a una svolta.

Gli USA si rafforzano

Parallelamente procedono i movimenti militari, con gli Stati Uniti — unico security provider della regione — che stanno procedono a un “rafforzamento della postura”, come dice il Pentagono, per evitare impreparazioni ed essere pronti a ogni evenienz. Lloyd Austin, il segretario alla Difesa, ha annunciato il dispiegamento di una batteria THAAD e di ulteriori battaglioni Patriot in Medio Oriente, mentre anche la Uss Eisenhower ha raggiunto la Uss Ford nell’area di operatività mediorientale.

Queste azioni mirano a rafforzare la deterrenza regionale, a migliorare la protezione delle forze statunitensi nell’area e a sostenere gli sforzi di difesa di Israele. La decisione è stata motivata dai recenti attacchi di droni alle forze statunitensi in Iraq e Siria e dall’intercettazione di missili da crociera Houthi potenzialmente diretti verso Israele da parte delle navi della Marina statunitense.

Anche il rafforzamento americano fa pensare al passaggio a un nuovo livello delle operazioni sulla Striscia. La situazione continua a essere molto complessa. E cresce il bilancio delle vittime a Gaza — infowar anche nei numeri, con il ministero della Sanità di Gaza che parla di 4385 morti, mentre in Israele di 1400 morti.

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