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Come per il petrolio, lo scoppio della guerra tra Hamas e Israele si è immediatamente fatto sentire sul mercato del gas naturale. L’indice europeo Ttf è schizzato del 25% in due giorni, salendo dai 35 euro/megawattora di settimana scorsa a oltre 50. Il tutto a ridosso della stagione del riscaldamento, quando i Paesi europei inizieranno a estrarre il gas naturale dagli stoccaggi. Il fatto che il prezzo sia così volatile nonostante questi ultimi siano ben colmi (l’Ue ha raggiunto il 90% di riempimento ad agosto) indica per l’ennesima volta che la crisi globale dell’energia non è ancora finita.

Questo l’avvertimento di Francesco Sassi, research fellow in geopolitica e mercati energetici presso Rie, che ha mappato per Formiche.net le conseguenze della guerra in Medioriente sui mercati energetici. Questa crisi si innesta su quella di alcuni settori dell’industria delle rinnovabili, spiega, rendendo più complesso il quadro della sicurezza energetica europea. Ma anche il percorso verso la decarbonizzazione, dove il ruolo dei Paesi mediorientali e nordafricani è fondamentale per l’Italia e il Piano Mattei. Lo dimostra il rapporto con l’Algeria – il nostro primo fornitore di gas e uno dei primi Paesi a sostenere convintamente le ragioni di Hamas.

Ci dà un quadro della situazione?

Il Medioriente è il teatro dell’ennesima crisi che da geopolitica diventa energetica e viceversa. Ed è il luogo peggiore in cui potesse capitare, almeno dal punto di vista italiano, europeo, e degli interessi nazionali di sicurezza energetica. Nel contesto dell’invasione russa dell’Ucraina e dello sforzo di diversificazione europeo, i fornitori di energia mediorientali hanno accresciuto di molto le loro esportazioni, come nel caso degli Emirati, dell’Oman e del Qatar, che esportano anche gas naturale liquefatto (gnl) verso l’Ue. In una situazione di ristrettezza dell’offerta e con l’inverno alle porte, nonostante gli stoccaggi pieni e il clima mite, le preoccupazioni geopolitiche in Ue hanno fatto scattare immediatamente un rialzo dei prezzi.

Pesa anche il probabile sabotaggio del gasdotto Balticconnector, che collega la Finlandia all’Europa continentale via Estonia?

Certamente. È ancora tutto in divenire, ma il calo di pressione è assolutamente inusuale, anche perché quel gasdotto non aveva mai dato segnali di malfunzionamento: uno shock esterno ha determinato il blocco immediato dei flussi. Con questa rottura la Finlandia si separa dal resto della rete infrastrutturale europea e diventa un’isola energetica, totalmente dipendente dalle importazioni di gnl, mentre noi scopriamo nuovamente che la sicurezza delle infrastrutture non è garantita in questo frangente di grande debolezza dei mercati. Estonia, Finlandia e altri Paesi Nato stanno collaborando in tal senso, ma l’ipotesi di un attacco al gasdotto a poche decine di chilometri dal confine russo evidenzia il livello di rischio. Se è stato un attacco, non è un caso che sia avvenuto a pochi giorni dall’inizio della stagione del riscaldamento.

Israele, che pure esporta gas naturale, ha interrotto la produzione dal giacimento offshore Tamar, fonte di circa il 30% della sua produzione. Quali conseguenze per le sue ambizioni di esportazione?

La notizia non ci deve cogliere impreparati: il giacimento ha all’interno una piattaforma posta a pochi chilometri dalla Striscia di Gaza e può essere raggiunta abbastanza facilmente da un eventuale attacco, rendendola un evidente obiettivo strategico per Hamas. Già nel 2019 e nel 2021 si sono verificate interruzioni per motivi simili, e lunedì l’ordine è arrivato dal ministero della Difesa israeliano prima ancora che dall’operatore Chevron. Se l’interruzione dovesse durare pochi giorni le conseguenze sarebbero pressoché irrisorie, ma per come le autorità israeliane stanno presentando l’assedio di Gaza è difficile supporre che la situazione si risolva nel breve termine. Anzi, col protrarsi del conflitto c’è il pericolo che altri attori in gioco mettano in pericolo gli altri giacimenti offshore israeliani e causino un’altra cascata di conseguenze. Negli ultimi 15 anni Israele è diventata altamente strategica per gli equilibri energetici mediorientali, e ha utilizzato anche il gas per allacciare rapporti diplomatici migliori con Egitto e Giordania, affatto disinteressati rispetto alla causa palestinese.

Infatti ha fatto notizia l’interruzione delle esportazioni di gas da Tamar verso l’Egitto attraverso il gasdotto Emg; Chevron ha annunciato che le devierà attraverso la Giordania.

Naturale: anche quel gasdotto passa a pochi chilometri dalla costa di Gaza ed è un’infrastruttura ad alto rischio di attacco. È difficile prevedere cosa significhi, ma il paragone con la crisi energetica del 1973 (innescata dalla guerra del Kippur, dove Egitto e Israele si sono affrontati, ndr) è inopportuno. Entrambi i Paesi sono stati attratti nell’orbita europea proprio per le possibilità di esportazione di energia da ben prima dello scoppio della guerra russo-ucraina, ma negli ultimi 20 mesi la dinamica si è accelerata. Il conflitto con Hamas cambia le prospettive nel breve termine: una guerra guerreggiata allontana gli investitori, specie quelli internazionali.

Quali le prospettive per il medio-lungo termine per le direttrici politico-energetiche della regione?

Guardando, per esempio, al progetto per il Corridoio economico India-Medio Oriente-Europa (Imec), dove Israele è tra i protagonisti, viene da pensare che non possa che essere sospeso a fronte di tanta instabilità. Se i Paesi arabi e Israele non riuscissero a trovare una via di uscita dalla crisi – con dividendi anche per la Palestina – penso che difficilmente vedremo nuove cooperazioni internazionali nell’offshore israeliano, dove diverse joint venture internazionali con partner arabi (tra cui gli Emirati) volevano accrescere la loro presenza. I giacimenti israeliani sono facilmente collegabili alle risorse egiziane, specie gli impianti di esportazione del gnl, che oggi sono utilizzati a una capacità inferiore rispetto a quella disponibile. Da parte sua il Cairo ha dimostrato negli ultimi anni grosse difficoltà a mantenere la produzione e l’export a livelli abbastanza alti e consolidare il proprio ruolo di esportatore. La scorsa estate ha esportato volumi irrisori, uno dei tanti fattori che hanno mantenuto i prezzi europei più alti rispetto alla media storica.

Martedì il ceo di Eni Claudio Descalzi ha avvertito che la guerra in corso può mettere a rischio il distacco energetico dalla Russia – che dovrebbe essere completato al 100% nell’inverno 2024-2025.

È chiaro che con la crisi in Medioriente diventa molto più complesso approvvigionarsi da Paesi alternativi rispetto alla Russia, che ha perso molta rilevanza come fornitore ma ancora esporta gas verso l’Europa. In questi venti mesi Ue e Italia si sono cullate nell’idea che l’unico conflitto rilevante dal punto di vista della geopolitica energetica fosse quello in Ucraina. La risposta politica e strategica europea ha trovato proprio nell’interdipendenza energetica il punto forte su cui colpire la Russia e tagliare i suoi proventi da utilizzare per l’invasione. Oggi “scopriamo” che lo strumento energetico è uno strumento di politica internazionale a tutto tondo e lo possiamo vedere all’opera in tutti i contesti dello spazio postsovietico, nel Caucaso e nel Medioriente – probabilmente anche in Africa, Asia e nelle Americhe nei prossimi mesi.

E quindi?

La sicurezza energetica diventa ancora più importante. Serve ricordare che i sistemi energetici globali dipendono ancora dalle fonti fossili per l’80%, e dunque sono molto dipendenti da queste dinamiche. Il contesto fa dei produttori di gas, petrolio e anche carbone degli attori strategici fondamentali, molto influenti sui mercati internazionali. In questi mesi la Russia non ha certo perso le proprie riserve di gas naturale e le infrastrutture per esportarlo… Per questo è evidente l’implicito nell’avvertimento di Descalzi.

Gas, la crisi in Medioriente e la nostra sicurezza energetica. Parla Sassi

Le conseguenze dell’attacco di Hamas (e il sabotaggio del gasdotto Baltico) hanno già impattato il prezzo del gas naturale. Tra l’inverno in arrivo e l’ombra della Russia, il limite alle estrazioni di gas israeliano fa paventare una crisi energetica più allargata in Medioriente – con ripercussioni che vanno dall’India all’Europa. Intervista a Francesco Sassi, research fellow in geopolitica e mercati energetici presso Rie

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