Skip to main content

A ben vedere l’effetto collaterale più macroscopico di questa brutta nuova guerra poco distante dalle porte d’Europa, stavolta lato Mediterraneo, è la retrocessione del bollettino dell’altra guerra, quella che ha come teatro l’Ucraina, a titolo di coda dell’informazione quotidiana.

Circostanza che rischia di produrre conseguenze su Kyiv, che ha retto botta anche in forza di una costante e solida (e inedita) capacità di stare sotto i riflettori dei media occidentali. Per il resto, che è tanto, anzi troppo, impressiona l’apertura di nuovi fuochi in territori come la striscia di Gaza, ribollenti di conflittualità mai attenuate veramente, ma non esplose in modo così letale. Gli esperti di cybersecurity, di servizi e spioni avranno tempo per dibattere e per spiegare, oltre la fantascienza dei commenti di queste ore, come mai i servizi israeliani, i più occhiuti del mondo, i più tecnologici, i più infiltrati, i più attrezzati a proteggere un popolo in guerra perenne con i tanti nemici, hanno toppato in modo così clamoroso, ignorando persino gli avvertimenti che giungevano, per esempio, dai colleghi egiziani, che non hanno mancato, poi, di farlo sapere al resto del mondo. Ci sarà modo e tempo per capirlo,ora il problema è come e quando finirà.

Un elemento balza agli occhi con inquietante evidenza: non ci sono più mediatori tra le parti. Non c’erano nell’invasione russa in Ucraina, non ci sono oggi nel nuovo conflitto che Hamas ha rovesciato contro Israele. È come se il mondo si fosse radicalizzato in modo irreparabile e non ci fossero più alle viste soggetti ed entità riconosciute dai contendenti come “terze”. È come se quell’antico e brutale impulso belluino, proveniente da qualcosa di ancestrale che immaginavamo sepolto nei reconditi della psiche umana, si fosse risvegliato, scatenando la bestia.

Il mondo occidentale, che produsse e pianse le due guerre più devastanti della storia nel secolo scorso, aveva escogitato strumenti importanti per evitare di ricadere ancora una volta nel maledetto errore, trovando l’incontro dell’altra metà del pianeta, quella comunista. Venne così riconosciuto all’Onu, al suo Consiglio di sicurezza, il compito di esercitare quella terzietà necessaria per garantire l’obiettivo kantiano della “pace perpetua”, coltivata non un sentimento vagamente pacifista basato sul divieto assoluto della guerra, ma con la condanna e la legittimità di combattere l’“aggressione”. Ci siamo nutriti di un’illusione, poggiata piuttosto che sulla consapevolezza kantiana, sulla solidità della guerra fredda, che, fino al 1989, mantenne un quadro globale che ci appariva pacifico.

L’illusione era quella che la pace fosse davvero irrevocabile e che la violenza assurda di una guerra ci sarebbe stata risparmiata per sempre grazie al diritto internazionale. Ma era solo un’operazione di nascondimento: sotto al tappeto della Storia finivano, derubricate a guerre locali, decine di conflitti senza video ed audio, nella logica perenne del vecchio proverbio: “occhio non vede, cuore non duole”.

Poi il bipolarismo mondiale crollò, si insediò il monopolarismo americano e con questo anche il ridimensionamento delle istituzioni di mediazione, a cominciare dall’Onu: la sciagurata avventura in Iraq fu figlia anche di questo nuovo assetto internazionale.

Infine è andata in crisi la solitaria egemonia americana con l’avvento dei nuovi Stati-continente asiatici: la Cina e l’India, tre miliardi di abitanti in due. Nessuna Yalta, però, ha sanzionato questo nuovo quadro mondiale. Tutto, allora, naviga in un presente sregolato, che, mentre ha esaltato il diritto dei privati che fanno commerci e transazioni sulla spinta della finanza digitale, ha messo in un angolo ciò che faticosamente si era cercato di costruire in chiave di “diritto delle genti”, il diritto internazionale delle istituzioni condivise.

E così mancano i mediatori: sono tutti parti in causa e nessuno può svolgere il ruolo di paciere. E i fuochi fatui della guerra s’accendono vicini.

Phisikk du role - La pace perduta, Kant e le mediazioni impossibili

Un elemento balza agli occhi con inquietante evidenza: non ci sono più mediatori tra le parti. Non c’erano nell’invasione russa in Ucraina, non ci sono oggi nel nuovo conflitto che Hamas ha rovesciato contro Israele. Sono tutti parti in causa e nessuno può svolgere il ruolo di paciere. E i fuochi fatui della guerra s’accendono vicini. La rubrica di Pino Pisicchio

La violenza di Hamas nel quadro antisemita globale. Conversazione con Deborah Lipstadt

L’inviata del governo statunitense per la lotta all’antisemitismo parla con Formiche.net a pochi giorni dal tragico attacco di Hamas. L’antisemitismo è una piaga irrazionale che anticipa la geopolitica, ma le normalizzazioni arabo-israeliane possono avere un impatto positivo

L’assalto di Hamas fa traballare perfino la neutralità svizzera

Parlamento in pressing sul governo per allinearsi a Usa e Ue in merito alla definizione di organizzazione terroristico. Ciò avrebbe un impatto pesante sui finanziamenti del gruppo

Israele, l’intelligence ha fallito? Cosa dicono ex 007 ed esperti

Che cosa non ha funzionato tra Mossad, Shin Bet e Aman, conosciuti come i migliori servizi segreti al mondo? Sono mancate le informazioni? È stata sbagliata l’analisi? Non ha funzionato il processo politico? Ecco alcune voci e ricostruzioni

Tra Israele e Hamas, il rischio è di una guerra regionale più ampia. L’analisi di Vicenzino

Di Marco Vicenzino

Con l’intensificarsi e il proliferare delle ostilità a Gaza, aumenterebbero anche le prospettive di una guerra allargata. L’intervento di Marco Vicenzino, consulente strategico

Passava informazioni alla Cina. Un sottufficiale della Marina Usa confessa

Wenheng Zhao, 26 anni, si è dichiarato colpevole di cospirazione. Di stanza presso la base navale di Ventura a Port Hueneme, in California, ha raccolto e venduto informazioni militari secretate a un funzionario dell’intelligence di Pechino. In meno di due anni ha incassato meno di 15.000 dollari

Erdogan può mediare tra Israele e Hamas. Parla Ünlühisarcikli (Gmf)

Il sultano è alla ricerca di un certo equilibrio, proprio come ha fatto tra Ucraina e Russia. Il direttore dell’ufficio di Ankara del German Marshall Fund spiega: “Né Israele né Hamas si fidano pienamente della Turchia. Ma chi altro c’è?”. Attenzione al confine egiziano della Striscia di Gaza, avverte

Gli investimenti sulla mobilità del futuro spiegati da Ferraris (FS)

Il piano di Fs è quello di investire circa duecento miliardi nei prossimi anni per ridurre la divaricazione infrastrutturale del Paese tra Nord e Meridione. Tra l’altro, il Gruppo ha intercettato con il Pnrr ben 26 miliardi diventando il più grande appaltatore del Paese. Il punto dell’Ad Ferraris all’International Business Exchange Conference, organizzata a New York da Newest Corporation

La risposta israeliana ad Hamas, contraddizioni fra breve e lungo termine. Scrive Jean

Manca una strategia alternativa per una soluzione a lungo termine della questione palestinese. Vi è poi da considerare che se l’ala oltranzista dei repubblicani di Trump può considerare d’interesse marginale per gli Usa il caso ucraino, così non è per Israele, per il quale sono addirittura più allineati con gli estremisti sionisti che non con la massa degli israeliani. L’analisi del generale Carlo Jean

Prima di vedere Biden, Xi passerà dal Vietnam. Ecco perché

Continuano i rapporti tra Usa e Cina, anche per organizzare il faccia a faccia tra Biden e Xi. Prima del possibile meeting a San Francisco, il leader cinese passerà per il Vietnam

×

Iscriviti alla newsletter