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Il governo tutto è convintamente a favore del nucleare. Questa la conclusione ineludibile dell’evento “Nucleare: si può fare”, organizzato nel solco della Intelligence Week e tenutosi a Roma mercoledì mattina, con la presenza di tre esponenti di punta dell’esecutivo: il vicepresidente del Consiglio e ministro delle infrastrutture e dei trasporti Matteo Salvini, il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, e il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso. Tre rappresentanti dei tre principali partiti di maggioranza, uniti nel sostegno a un graduale ritorno alla generazione di energia nucleare in Italia.

“Ci tengo a portare il convinto sostegno non solo della mia forza politica, ma del governo intero”, ha evidenziato Salvini. Gli ha fatto eco Pichetto (l’esecutivo è “convintamente impegnato sul tema del nucleare”), il cui dicastero ha da poco dato alla luce la Piattaforma nazionale per un nucleare sostenibile per coordinare gli attori in campo e approntare una strategia complessiva. “Si può fare? Sì perché abbiamo un governo e una maggioranza veramente coesi per raggiungere questo obiettivo”, ha chiosato Urso, spiegando che considerare l’atomo per la produzione di energia è la naturale conseguenza di un approccio di neutralità tecnologica.

TRA ATTUALITÀ E STRATEGIA

“Dobbiamo ridurre la dipendenza da carbone, gas e petrolio e raggiungere l’indipendenza energetica dell’Europa. Il nucleare può dare un contributo significativo. Questo governo è più consapevole di altri delle esigenze nostre ed europee, e può fare il nucleare perché in tutte le sue componenti e nella sua maggioranza condivide questa strategia”, ha continuato il titolare del Mimit. L’accento di Urso sull’autonomia energetica e sulla diversificazione è tanto più forte sullo sfondo del conflitto tra Hamas e Israele, con le immediate ripercussioni sui mercati dell’energia e i riflessi sul costo delle materie prime.

“Le immagini da Israele sono barbaramente attuali e ci impongono di riflettere senza ideologia” sulle questioni energetiche, ha riassunto Salvini. Pichetto, dal canto suo, ha esortato alla cautela ed espresso la speranza del governo che il conflitto non si allarghi. “Noi siamo attenti a quelli che sono i nostri fornitori ordinari per quanto riguarda il gas e naturalmente manteniamo una relazione molto forte con i Paesi attuali fornitori, sia quelli con cui abbiamo il collegamento tramite [gasdotti], in questo caso Algeria e Libia, sul fronte africano, e Azerbaigian sul Medioriente”. L’attenzione è rivolta al prezzo, ha aggiunto il titolare del Mase, ma “è difficile valutare in questo momento”.

PLEASE, IN MY BACK YARD

A impossessarsi dei titoli di giornata è stato Salvini: “L’ho detto 2-3 anni fa, la prima centrale la vorrei a Milano. Apriti cielo. Lancio un segnale politico: è facile dire sì al nucleare, ma nella provincia a fianco […] Io da milanese lo vorrei un reattore di ultima generazione nella mia città perché sono convinto che sia energia pulita, sicura e costante”. Anche Pichetto non avrebbe “assolutamente nessun problema a dire di sì a un reattore nella mia città perche’ sono il primo a dire che deve essere qualcosa che ha le garanzie di sicurezza. La ricerca attuale ci dice che arriveremo a qualcosa di molto sicuro”.

Le dichiarazioni sono in controtendenza con l’annosa questione della sindrome Nimby (not in my back yard, non nel mio giardino) che attanaglia il Belpaese ogni volta che si parla di grandi opere. Anzi, hanno quasi il sapore di una provocazione in un’Italia storicamente avversa all’atomo, come confermato dai referendum del 1987 e del 2011. Parola che lo stesso vicepremier non ha avuto paura di usare martedì, invocando una nuova consultazione sul nucleare pulito e di ultima generazione.

Come sottolineavamo su queste colonne, il momento sembra sempre più propizio, con una maggioranza di cittadini a favore dell’atomo. “C’era ritrosia a parlare del nucleare, dagli ultimi sondaggi il quadro-Paese è cambiato molto, in particolare grazie ai giovani. C’è una nuova e moderna sensibilità”, ha commentato Pichetto. Anche per Urso “si è sviluppata una maggiore consapevolezza su questo tema” in Italia, fondamento per una strategia più vasta della contingenza elettorale: “in questa legislatura possiamo porre le premesse e nella successiva legislatura, magari qualcun altro, potrà inaugurare quegli impianti”.

DATE E TECNOLOGIE

I referendum abrogativi erano riferiti a un modello di centrali ormai obsoleto. Questa la risposta di Pichetto a chi lo ha interpellato sulle tecnologie da usare. “Non parliamo di terza generazione di nucleare, noi parliamo di quarta e di reattori” che secondo gli esperti saranno realizzabili “nei primi anni 30”. Tuttavia prevale il principio di neutralità tecnologica: oggi “si tratta di ricerca e sperimentazione” e non di prendere decisioni nel merito – bensì di essere pronti a farlo. Questo non ha impedito a Salvini di azzardare una data: “se partiamo domani, nel 2024, superando il dibattito ideologico su referendum si e referendum no, la risposta è che ci vogliono 7-8 anni, il che significa che nel 2032 si può accendere il primo interruttore”.

Il governo dell’atomo. Salvini, Pichetto e Urso spingono per il nucleare

Dal conflitto in Israele emerge con forza l’imperativo della sicurezza energetica. Un approccio di neutralità tecnologica non può che includere il nucleare. E le condizioni (per un referendum?) sembrano sempre più favorevoli. Alla conferenza di Intelligence Week a Roma i tre ministri hanno portato il sostegno convinto dell’intero governo e l’ambizione di “accendere il primo interruttore” nel 2032

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