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In Italia il destino della produzione di energia elettrica da fonte nucleare, a dispetto delle conoscenze tecnologiche e delle realizzazioni di centrali nucleari fra le più avanzate in Occidente fino agli anni Settanta dello scorso secolo, è stato fortemente pregiudicato da due referendum votati in piena onda emotiva a seguito degli incidenti occorsi alla centrale di Chernobyl e di Fukushima. Secondo molti studiosi i due responsi popolari non vieterebbero la produzione nazionale di energia elettrica da fonte nucleare ma, questo, è tema da affrontare semmai in altra sede.

È fattuale l’aumento della domanda di energia elettrica sia nei consumi registrati negli ultimi decenni sia in quelli previsti per i prossimi anni (outlook Iea). Lo scenario generato dalla crisi ucraina pone ulteriori sfide di sistema e di energy supply security. Ed è opinione consolidata di studiosi e agenzie internazionali che all’orizzonte 2050 difficilmente le sole rinnovabili potranno soddisfare tutta la domanda di energia elettrica, senza considerare le questioni legate alla stabilità della rete. Si aggiunga, infine, che la produzione di idrogeno, vettore energetico di grande attualità, potrebbe assorbire nel processo di elettrolisi enormi quantità di energia elettrica generata da fonti rinnovabili .

In questo contesto soltanto tratteggiato, l’utilizzo di energia elettrica da fonte nucleare è tornato ad essere un elemento da tenere in considerazione, in particolare per il rapporto della Commissione europea che lo include nella tassonomia. Anche le grandi aziende energetiche italiane, sulla base dell’assunto carbon free del nucleare, hanno avviato programmi sostenibili nel settore dell’energia elettrica prodotta da quella fonte: Enel è entrata in una società di diritto inglese che realizzerà un mini Lead Fast Reactor da 30 megawatt, mentre Eni è impegnata con il Mit di Boston nello sviluppo della fusione a confinamento magnetico.

Ora, cosa accadrebbe nell’ipotesi che la produzione di energia elettrica da fonte nucleare venisse di nuovo sdoganata in Italia? Poco o nulla. Il nostro Paese, infatti, non è pronto per l’attuazione di una tale ipotesi poiché attivare l’energia elettrica da fonte nucleare non vuol dire allacciare una centrale alla rete ma avviare (recte: riavviare) un sistema. È evidente che tale riavvio necessita di un riordino dell’esistente che si deve basare sostanzialmente su tre pilastri fondamentali:

1. l’istituzione di un’autorità di controllo dedicata;

2. la valorizzazione del capitale umano e della ricerca;

3. una politica industriale dedicata, che andremo ad analizzare.

1. Autorità di controllo

A prescindere da un rilancio o meno dell’energia elettrica da fonte nucleare la Safety Authority (Isin, ex Ispra nucleare) va rafforzata in maniera importante. Oggi essa opera in condizioni difficili per l’inadeguatezza della pianta organica che fatica a rilasciare le licenze e a sorvegliare i lavori di decommissioning. Una autorità di controllo forte, realmente indipendente e autorevole offrirebbe una garanzia ai cittadini italiani, soprattutto a quelli scettici sul nucleare, avendo competenza sia sulle strutture oggi dedicate al “tema nucleare” sia sui progetti di sviluppo sostenibile del nucleare posti in essere da soggetti privati (tanto più quelli partecipati dallo Stato).

2. Capitale umano e ricerca

Attualmente i laureati in ingegneria nucleare, spesso camuffati in corsi di energetica, arrivano a circa un centinaio all’anno. Non bastano. Occorre rilanciare presso i pochi atenei rimasti competenti (i due politecnici del nord, Roma, Pisa e Bologna sostanzialmente) i corsi e le prospettive. Analogamente vanno rilanciate le attività di ricerca & sviluppo con finanziamenti specifici ai dipartimenti dell’Enea dedicati al nucleare.

3. Politica industriale e governance del sistema

Il programma italiano di decommisioning nucleare nasce, primo nel mondo insieme a quello del Jrc/Euratom, nel 1999. Entrambi i programmi hanno pagato il prezzo della sostanziale mancanza delle best practice e delle peculiarità progettuali degli impianti che erano chiamati a chiudere. Questo ha generato ritardi ed extracosti. Entrambi i programmi hanno necessità di essere aggiornati anche nella governance dei processi.

In Euratom ciò è in corso di attuazione mentre in Italia il quadro, se da un lato più semplice perché riferisce a un solo complesso normativo, dall’altro è più complicato per il numero e la natura degli impianti e per le funzioni cumulate in capo all’operatore nazionale (Sogin).
Una prima idea potrebbe essere, come accade nelle altre nazioni europee, quella di separare competenze e responsabilità in ordine alla gestione del Deposito Nazionale dei rifiuti nucleari creando un “virtuoso conflitto di interessi” tra i soggetti produttori di rifiuti e l’organismo che dovrà mantenerli in sicurezza per secoli.

Una seconda ipotesi, al fine di ottimizzare il processo delle attività di decommissioning in particolare e l’intero sistema di competenze nazionali in generale, potrebbe riguardare la “razionale interazione” fra le entità che si occupano a vario titolo di nucleare (Sogin con Nucleco; Ansaldo Nucleare ed Enea).

Last but not least, dal punto di vista economico il programma di decommissioning è finanziato con il prelievo in bolletta di circa 250 milioni annui destinato ad aumentare. Insomma, il costo delle esternalità ambientali delle attività nucleari delle quali avevano beneficiato le generazioni passate viene sostenuto interamente dalle generazioni presenti a esclusivo vantaggio di quelle future! Attenuare il prelievo annuale in bolletta spalmandolo su un’orizzonte molto più lungo dei 30/40 anni attuali potrebbe rappresentare un contributo, seppur limitato, alla mitigazione della bolletta energetica degli italiani.

Nucleare sì, nucleare no? Preparare il sistema italiano alle nuove tecnologie

Cosa accadrebbe nell’ipotesi che la produzione di energia elettrica da fonte nucleare venisse di nuovo sdoganata in Italia? Poco o nulla. Il nostro Paese non è pronto poiché attivare l’energia elettrica da fonte nucleare non vuol dire allacciare una centrale alla rete ma avviare (recte: riavviare) un sistema. Tale riavvio si dovrebbe basare su tre pilastri fondamentali. Ecco quali

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