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Come nel biliardo, c’è un gioco di sponde anche per la Russia. Piegato dalle sanzioni, il Cremlino sta sicuramente dando prova di una certa resilienza, tanto che le organizzazioni economiche sovranazionali hanno migliorato le previsioni di crescita dell’economia per quest’anno ed il prossimo, a dispetto dell’impatto negativo delle sanzioni. Lo stesso Fondo monetario internazionale questa estate ha rivisto al rialzo le stime di crescita per il 2023. Di contro, ed è forse il rovescio della medaglia, il rublo è ormai costantemente ai minimi dall’inizio della guerra. Segno di una moneta debole, fiaccata dalla sostanziale chiusura delle esportazioni di idrocarburi verso il fronte occidentale.

Tutto questo però non impedisce alle banche della Federazione di cercare il sostegno sui mercati fuori dal G7, ovvero di bussare alla porta di quei Brics di cui la stessa Russia fa parte. Non si può certo negare che due pilastri del sistema bancario dell’ex Urss, Vtp e Sberbank, ambedue partecipate dallo Stato, siano tagliate fuori dai circuiti occidentali delle transazioni da quasi due anni. E che la perdita degli incassi da petrolio e gas dovuti all’embargo europeo abbia impattato sui bilanci. Di qui la necessità di cercare nuovi capitali, magari in quella che è oggi a tutti gli effetti la sfidante della Cina, l’India.

Il caso è quello proprio di Vtb, istituto a controllo pubblico e seconda banca russa. Il quale avrebbe deciso di diventare investitore di portafoglio estero, comprando debito indiano in cospicue quantità. Di che si tratta? Gli investimenti di portafoglio esteri (Fpi) sono costituiti da titoli e altre attività finanziarie detenute da investitori in un altro Paese. Tale operazione non fornisce all’investitore la proprietà diretta delle attività di una società ed è relativamente liquido a seconda della volatilità del mercato. In soldoni, l’investimento di portafoglio estero è l’acquisto di titoli di Paesi esteri, come azioni e obbligazioni, in una borsa valori.

Per questo la seconda banca più grande della Russia, si è rivolta direttamente al Securities and Exchange Board of India (Sebi) per ottenere una licenza di Fpi, seguendo in scia i tre gestori patrimoniali non bancari russi che già si sono registrati come Fbi presso il Sebi. Poche settimane fa, come raccontato da questa stessa testata, alcuni dei fondi russi detenuti nelle banche indiane, per esempio, hanno preso la strada dei titoli di Stato nazionali, secondo quanto riportato martedì dall’Economic Times. Questi fondi russi, che giacciono nei conti correnti nazionali indiani, sono stati insomma investiti in titoli di Stato e per questo convertiti in buoni del Tesoro indiano. Perché tutto questo? Non è chiara l’origine dell’operazione. Da una parte la Russia potrebbe avere bisogno di mascherare e scudare della liquidità, forse per sfuggire alle stesse sanzioni.

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