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A volte si ha l’impressione che dopo la stagione populista e anti politica dominata dai 5 Stelle, l’organizzazione della politica, e quindi anche nei partiti, sia ormai un fatto drasticamente secondario. Eppure senza un’organizzazione all’interno dei partiti, non solo non esiste una “democrazia dei partiti” ma tramonta anche la stessa “democrazia nei partiti”.

Ed è pertanto inutile, di conseguenza, lamentarsi se il sistema dei partiti continua ad articolarsi attorno alle derive che abbiamo sperimentato in questi ultimi anni: e cioè, il partito personale, il partito del capo, il partito aziendale, il partito delle bande organizzate e forse anche il partito familiare. Ovvero, una molteplicità di modelli di partito dove, però, l’unico elemento che continua ad essere sostanzialmente assente è la pratica di una vera e propria democrazia interna. Una democrazia interna, è bene ricordarlo, che significa sempre poche cose ma essenziali e decisive: e cioè, dialettica interna, leadership contendibili, rispetto delle minoranze, selezione democratica delle classi dirigenti, celebrazione di congressi democratici e, in ultimo, rilanciare i partiti come strumenti politici e non come meri cartelli elettorali.

Insomma, è perfettamente inutile che i capi dei singoli partiti continuino a promettere e a sbandierare democrazia interna, leadership contendibili e rispetto delle minoranze e poi, puntualmente, il tutto si riduce all’esaltazione del criterio della fedeltà nei confronti del capo, al silenzio per non disturbare il manovratore, alla democrazia dell’applauso e alla sostanziale assenza di ogni dibattito degno di questo nome.

Ecco perché, se si vuole realmente invertire la rotta, si rende necessario dare dei segnali precisi. E questo non solo perché è inutile parlare di riforme istituzionali più democratiche e funzionali e poi nei rispettivi partiti negare alla radice gli stessi principi democratici. Semplicemente si tratta di passare dalle parole ai fatti. Ovvero, se si vuole far entrare la democrazia all’interno dei partiti lo si deve, adesso, praticare e non limitarsi a predicarlo. E, al riguardo, non c’è nulla da inventare perché il modello e l’esempio ci arrivano direttamente dal passato. Che, come ovvio, non va banalmente replicato ma che, al contempo, non può neanche essere dimenticato. È appena sufficiente osservare il modello organizzativo di un grande partito popolare, interclassista e democratico del passato, la Democrazia Cristiana, per rendersene conto.

Non per rifare la Dc, come ovvio e scontato ma, semplicemente, per ridare cittadinanza vera alla democrazia all’interno dei partiti. Sempreché non si pensi che anche la “democrazia nei partiti”, e non solo dei partiti, sia solo un retaggio del passato che può essere tranquillamente archiviato e consegnato alla storia. Certo, la stagione politica del passato non è più riproponibile. Perché non ci sono più i partiti popolari e radicati nel territorio, perché non esiste più una classe dirigente di quel livello, perché sono tramontate le culture politiche storiche e, in ultimo, non c’è più quella passione politica e civica nella pubblica opinione. Ma la sostanza, comunque sia, è essenziale. Ovvero, per i partiti realmente e autenticamente democratici la democrazia interna non può essere un optional o un elemento transitorio ma deve diventare un aspetto costitutivo e strutturale della stessa organizzazione dei partiti. E quindi, e in ultimo, l’organizzazione dei partiti, e nei partiti, non è solo un fatto statutario ma un elemento politico e culturale di straordinaria importanza. Per la qualità stessa della nostra democrazia.

Perché è decisiva l’organizzazione dei (e nei) partiti. Scrive Merlo

Per i partiti realmente e autenticamente democratici, la democrazia interna non può essere un optional o un elemento transitorio ma deve diventare un aspetto costitutivo e strutturale della stessa organizzazione dei partiti. Il commento di Giorgio Merlo

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