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“Alcune forze hanno lanciato letture maliziose e hanno politicizzato lo scambio culturale e la cooperazione commerciale tra Cina e Italia nel quadro della Belt and Road, nel tentativo di minare la cooperazione e di creare divisioni”. Con queste parole il ministero degli Esteri cinese, tramite il portavoce, ha commentato l’ipotesi di uscita dell’Italia dal memorandum sulla Via della Seta e ha attaccato – di nuovo – le dichiarazioni di Guido Crosetto, ministro della Difesa, secondo cui quell’accordo fu “improvvisato e scellerato”. Questo approccio, ha spiegato oggi Pechino, “vuol dire andare contro la direzione della storia e che causerà danni, senza portare benefici”.

Non stupisce che l’intervista di Crosetto abbia fatto partire la macchina diplomatica e mediatica di Pechino. La Cina, ha spiegato il ministro della Difesa focalizzandosi anche sugli aspetti militari, “si è prefissata di diventare il più grande giocatore commerciale del mondo. Oggi […] sarà il più grande attore militare del mondo. Si stanno espandendo”, ha aggiunto.

La Via della Seta “ha offerto una nuova piattaforma di cooperazione concreta tra Cina e Italia e ha ottenuto molti risultati concreti nei comparti economico, commerciale e imprenditoriale”, aveva spiegato la diplomazia cinese in precedenza rispondendo a Crosetto. Ma anche continuando ad alimentare l’ampio dibattito emerso già prima della visita a Washington di Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, che sembra decisa a non rinnovare il memorandum sottoscritto dal governo gialloverde di Giuseppe Conte.

Come uscire è una questione di cui si occuperanno nelle prossime missioni a Pechino una delegazione di funzionari della Farnesina e Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, chiamati a trovare tempi e modi migliori per ufficializzare il mancato rinnovo del memorandum d’intesa sulla Via della Seta senza creare tensioni e per organizzare le visite di Meloni e di Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica. Quest’ultimo potrebbe essere in Cina a inizio gennaio per i 700 anni dalla morte di Marco Polo e per ribadire l’importanza del rapporto bilaterale, basato su una storica partnership strategica.

Ma la linea del governo è chiara: non è necessario aderire al grande progetto geopolitico di Xi Jinping per avere relazioni commerciali con Pechino. Per due ragioni: nonostante sia l’unico Paese del G7 ad aver firmato il memorandum, l’Italia non ha strappato grandi accordi commerciali come invece fatto da Francia e Germania; il rapporto commerciale non è mai decollato, con l’export italiano in Cina che è cresciuto ma senza l’accelerazione promessa (da 13 miliardi nel 2019 a 16,4 nel 2022) mentre le importazioni di merce cinese in Italia sono< aumentate incredibilmente (dai 31,7 miliardi del 2019 ai 57,5 del 2022).

È per evitare di alzare eccessivamente il livello del confronto che l’Italia può porre la questione sul piano commerciale. Rivendicare quanto sostiene il governo sul mancato aumento dell’export può essere utile per evitare strambate politiche eccessive contro la Cina e riportare la decisione di uscita sullo stesso piano in cui (forse anche nascondendo altre ragioni) si era entrati: le esportazioni. Anche per questo in Parlamento sta emergendo l’idea di muovere il dibattito parlamentare, auspicato anche da Meloni, dalle commissione Attività produttive evitando di dare alla questione un imprinting eccessivamente politico (almeno nella forma).

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Di Gabriele Carrer ed Emanuele Rossi

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