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L’arrivo dei carri armati statunitensi M1A1 Abrams sui campi di battaglia ucraini dovrebbe avere luogo entro settembre, secondo quanto riportato a Politico da alcune fonti anonime dell’apparato della difesa statunitense. I Main Battle Tanks dovrebbero transitare prima attraverso la Germania, dove verrebbero implementati gli ultimi aggiustamenti, per poi raggiungere il suolo ucraino.

Ma è difficile dire quanto il loro arrivo possa impattare sulla controffensiva attualmente in corso. Una maggiore potenza di fuoco corazzata potrebbe essere sicuramente utile agli Ucraini, rendendo più facile un eventuale penetrazione seguita da una manovra di accerchiamento. Tuttavia, l’attuale situazione al fronte non sembra essere particolarmente adatta al verificarsi di una simile condizione. Le avanzate delle truppe ucraine portano alla riconquista di piccole fasce di territorio, senza però creare dei veri e propri varchi sfruttabili da raggruppamenti corazzati. Inoltre, i costi imposti dai difensori continuano ad apparire relativamente alti, anche se decisamente minori rispetto alle prime fasi della controffensiva: il rischio implicito dietro ad un utilizzo degli Abrams in un contesto operativo come quello odierno sarebbe l’erosione di una preziosa massa di manovra corazzata, che potrebbe risultare fondamentale per Kyiv nelle successive fasi del conflitto.

Inoltre, l’arrivo dei carri sarà dilazionato nel tempo: il primo batch, quello previsto per il prossimo mese, comprenderà tra i 6 e gli 8 carri dei 31 previsti per la consegna. Un numero così piccolo difficilmente potrà avere una qualche sorta d’influenza sull’andamento delle operazioni militari.

Altri tipi di equipaggiamento risulterebbero decisamente più utili all’Ucraina in questo momento. In questa categoria rientrano senza dubbio alcuno i velivoli multiruolo F-16, che Washington ha promesso di supplire nel maggio di quest’anno. L’impiego degli F-16 potrebbe rivelarsi fondamentale per l’andamento delle operazioni, permettendo alle truppe ucraine di ottenere quella tanto agognata superiorità aerea la cui assenza impatta in modo estremamente negativo sulla controffensiva. Ma come nel caso degli Abrams, saranno necessari mesi prima che questi aerei possano solcare i cieli ucraini. Prima di tutto, sarà necessario addestrare i piloti ucraini all’utilizzo corretto ed efficiente di queste sofisticate macchine, tecnologicamente molto superiori a quelle attualmente presenti negli hangar ucraini. Il percorso di training dovrebbe avere inizio nei prossimi giorni in Danimarca per proseguire poi in Romania, secondo quanto affermato durante il vertice Nato di Vilnius; tuttavia, a causa di ritardi burocratici la data d’inizio dell’addestramento potrebbe slittare, posticipando anche la consegna dei velivoli da parte statunitense (subordinata all’approvazione dei piani d’addestramento) inizialmente prevista per il Dicembre di quest’anno.

Una data decisamente troppo avanzata per pensare che simili apparecchiature possano influire sulla controffensiva attualmente in corso. Ma dopo tutti gli sforzi profusi dall’Ucraina nell’organizzare questa controffensiva, assieme a quelli degli alleati occidentali per rifornire Kyiv del maggior numero di armamenti possibile, si può già pensare ad uno scenario “post”?

La risposta è nettamente positiva. Anche se pubblicamente l’enfasi rimane (giustamente) posta sopra l’operazione di grande respiro attualmente in corso, nelle retrovie si lavora in ottica di lungo termine. Un’esponente del Dipartimento della Difesa americano ha affermato che gli Stati Uniti “stanno lavorando con gli alleati europei per creare strutture di riparazione per la manutenzione pesante, in particolare per i danni riportati in battaglia dai carri armati Abrams e da altri blindati pesanti che sono stati donati all’Ucraina”. In linea con quanto affermato da William LaPlante, alto ufficiale del Pentagono, il quale denota come lo sforzo principale di “parte dei paesi Nato” sia concentrato proprio nel garantire capacità di “repair and sustainment” nel tentativo di permettere all’Ucraina di continuare la sua lotta nel lungo termine.

D’altronde, un mese prima dell’inizio della controffensiva era stato lo stesso ministro degli Esteri ucraino Dmitro Kuleba ad esporsi al riguardo, dicendo che l’imminente operazione militare non avrebbe dovuto essere “considerata come quella finale, perché non è possibile sapere a quali risultati concreti essa porterà”.

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