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C’è una data per il viaggio in Cina del segretario di Stato americano, Antony Blinken: sarà la prossima settimana, il 18 giugno. Obiettivo dichiarato: “colloqui”, a lungo rimandati, “volti a stabilizzare le relazioni tese”. Della visita, nota e analizzata da qualche giorno, al momento della stesura di questo pezzo non ci sono maggiori dettagli, ma le informazioni sono praticamente ufficiali anche se ancora non accompagnate da un programma/agenda definito.

A febbraio, il più alto diplomatico di Washington ha rinunciato a un viaggio a Pechino, che sarebbe stato il primo di un segretario di Stato americano in cinque anni, a causa di un presunto pallone spia cinese che ha sorvolato gli Stati Uniti. Washington ha voluto riprogrammare il viaggio e la tempistica è stata mantenuta nonostante sul Wall Street Journal sia uscita, giovedì, la notizia secondo cui la Cina avrebbe raggiunto un accordo segreto con Cuba per stabilire una struttura di intercettazione elettronica sull’isola, a circa 160 km dalla Florida – ossia dal quartier generale del CentCom a Tampa, non lontano dal SouthCom di Miami, e poco più distante da Fort Liberty, un’altra importante base americana in North Carolina, nonché lungo le rotte civili caraibiche (come se non bastasse già la presenza cinese a Panama) e i porti meridionali statunitensi.

Il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale della Casa Bianca giovedì ha dichiarato che la notizia “non è accurata”, e con lui anche il Pentagono ha depotenziato l’impatto di un’attività di spionaggio cinese che potenzialmente è invece superiore a quella del pallone-spia. Washington ha nutrito “reali preoccupazioni” riguardo alle relazioni della Cina con Cuba e le sta monitorando da vicino, dice la Casa Bianca. Tuttavia il clima è cambiato rispetto a quattro mesi fa. Non c’è solo il tentativo di “disgelo” annunciato da Joe Biden al G7, ma Washington si rende conto che con Pechino è necessario mantenere aperta una via di dialogo – su questo la spinta arriva soprattutto dalla Difesa, perché le comunicazioni possono evitare incomprensioni e incidenti.

E così, sebbene la vicenda della base cubana abbia tutte le caratteristiche per rovinarlo quel clima, l’amministrazione Biden resta sulla direzione. È anche una dimostrazione di superiorità? Probabile. Gli Stati Uniti mandano un messaggio sulle responsabilità internazionali che in qualità di potenza globale hanno, cercano di andare oltre alle vicende (apparentemente) minori, superano la fase di screzi innescata da una di queste (il pallone), consapevoli che una nuova guerra fredda non è un bene per nessuno. È un messaggio contro la narrazione cinese, che accusa – agli occhi di Paesi terzi – l’America di essere ancora impaludata in una mentalità datata (quella della Guerra Fredda, appunto).

Intanto però i vertici democratici e repubblicani della Commissione Intelligence del Senato degli Stati Uniti (il Dem Mark Warner, presidente, e il Repubblicano Marco Rubio, suo vice) hanno rilasciato una dichiarazione congiunta giovedì, dicendosi “profondamente turbati” dai rapporti e invitando l’amministrazione Biden “a prendere provvedimenti per prevenire questa grave minaccia alla nostra sicurezza nazionale e alla nostra sovranità”. Il Congresso è l’apparato più ideologizzato del sistema statunitense, e prende certe posizioni per marcare la linea dura, bipartisan, sulla Cina. Disgelo o meno, è difficile che qualcosa cambierà (per esempio, ieri la Homeland Scurity ha imposto un ban contro la Xinjiang Zhongtai Chemical Co. e la Ninestar Corporation, con 8 sussidiarie soggette a restrizioni ai sensi della legge sulla prevenzione del lavoro forzato).

Giovedì 8 giugno, dall’Avana, il viceministro degli Esteri cubano Carlos Fernandez de Cossio ha respinto il rapporto del Wsj come “totalmente mendace e infondato”, definendolo una montatura degli Stati Uniti volta a giustificare il decennale embargo economico di Washington contro la nazione insulare. Ha dichiarato che Cuba rifiuta qualsiasi presenza militare straniera in America Latina e nei Caraibi. Il ministero degli Esteri cinese ha dichiarato, ieri, che “diffondere voci e calunnie” è una tattica comune per quello che ha definito “l’impero hacker degli Stati Uniti”.

L’atmosfera è stata parzialmente temperata dall’ambasciata cinese a Washington, che ha commentato di non avere informazioni sul viaggio di Blinken (sminuendolo di fatto), ma ha anche fatto riferimento all’ultimo incontro tra Biden e il leader cinese Xi Jinping, avvenuto a novembre al G20, sostenendo che “la Cina è aperta al dialogo con gli Stati Uniti. Ci auguriamo che gli Stati Uniti lavorino nella stessa direzione con la Cina e che attuino congiuntamente le importanti intese comuni tra i due Presidenti nel loro incontro di Bali (sede del G20, ndr)”.

Il viaggio di Blinken è inteso dall’amministrazione Biden come un passo importante al punto di passare sopra a posizioni e provocazioni. È un dato di fatto se si analizza il momento generale. Un altro dato di fatto, sebbene manchino diverse informazioni e conferme a proposito della base cinese a Cuba, è che la Cina sta aumentando drasticamente i suoi sforzi nell’emisfero occidentale, approfondendo la cooperazione con i governi amici, molti dei quali stanno anche corteggiando migliori relazioni con l’amministrazione Biden, mentre collaborano attivamente con Pechino contro gli interessi degli Stati Uniti. L’Esercito Popolare di Liberazione cinese gestisce 11 basi di localizzazione satellitare in tutta l’America Latina, di cui due principali in Venezuela e Argentina.

Vale anche la pena ricordare il quadro ancora più ampio per definire l’insieme delle problematiche: la questione cubana emerge in mezzo al tentativo di distensione avviato da Washington con Pechino (e anche con L’Avana), ma anche mentre il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, visita proprio Cuba, Venezuela e Nicaragua, e mentre la onduregna Xiomara Castro vola a Pechino. Non solo: lo scorso agosto, la Russia ha organizzato le sue prime esercitazioni internazionali in America Latina, ospitata dal dittatore venezuelano Nicolas Maduro, con la partecipazione dell’Esercito Popolare Cinese e delle forze iraniane. All’inizio di quest’anno, i governi di Cile, Argentina e Brasile hanno autorizzato le navi da guerra iraniane a navigare nelle loro acque.

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