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Non c’è solo il doppio fronte “migranti-energia” a tenere banco sul dossier libico, ma anche un terzo elemento che si colloca per densità di contenuti alla pari rispetto agli altri due, per una serie di ragioni estremamente pragmatiche: la stabilizzazione istituzionale del Paese. Sostenere i libici nel processo pre e post elettorale rappresenta per l’Occidente (e per l’Italia) una sfida epocale, non fosse altro perché tutti i tentativi andati in scena fino a questo momento sono stati o sabotati dall’interno o non sufficientemente spinti dall’esterno.

Qui Libia

Un primo passo interno si ritrova alla voce legge elettorale: il cosiddetto comitato misto formato da esponenti della Camera dei Rappresentanti (HoR) e dell’Alto Consiglio di Stato (HCS) riunitosi in Marocco sono al lavoro per trovare un accordo definitivo sulla legge elettorale. Secondo il capo della delegazione della HoR nella commissione, Jalal Al-Shuweihdi, è stata trovata una sintesi sulla legge per le elezioni presidenziali e parlamentari, in attesa della firma della presidente della HoR Aqila Saleh e del capo dell’HCS Khalid Al-Mishri. Senza quest’ultima “certificazione” procedurale non si potrà dire di aver raggiunto il risultato, atteso da 10 giorni di trattative, ma è un fatto che dopo mesi di impasse si possa intravedere uno spiraglio di luce.

Al momento l’elemento di novità rispetto al passato è da ritrovarsi nella possibilità data a tutti i partiti di partecipare al processo elettorale, compresa la partecipazione delle donne alla Camera dei Rappresentanti o al Senato. Tecnicamente due sono le leggi in questione, una per l’elezione dell’Assemblea nazionale (composta dalla Camera dei Rappresentanti e dal Senato) e una per l’elezione del capo dello Stato.

Fallimenti del passato

La Conferenza di Parigi del luglio 2017 aveva avuto l’audacia di immaginare un percorso che avrebbe portato il Paese a votare entro 12 mesi, con già una data cerchiata in rosso per il 10 dicembre 2018. Ma da Tripoli emerse una forte contestazione su modi e tempi di attuazione, anche perché nello sforzo pro-urne non venne evidentemente contemplato un serio piano di inclusione delle numerose tribù che caratterizzano il tessuto sociale libico: non solo numericamente, ma soprattutto come peso politico e, quindi, come chiave decisionale. La violenta risposta delle milizie di Tripoli nell’agosto del 2018 lo dimostrò ampiamente.

Un anno dopo stesso cliché, con il tentativo fatto ad Abu Dhabi ma respinto dalle milizie del feldmaresciallo Khalifa Haftar, che provarono ad occupare la capitale con l’appendice rappresentata da mesi di scontri furiosi.

Roma e Tripoli

Nel mezzo, il passaggio di consegne tra l’inviato speciale delle Nazioni Unite per la Libia, il professore libanese Ghassan Salame, dimessosi nel 2020, sostituito dall’americana Stephanie Williams, che ha investito tempo e risorse sul dialogo tra le tribù. Nel dicembre 2021 si sarebbero dovute tenere le elezioni, ma anche quel tentativo fu vano. Cosa può cambiare adesso? Intanto dallo scorso autunno è al lavoro il nuovo Rappresentante Speciale e Capo della Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia, il senegalese Abdoulaye Bathily, con l’obiettivo di provare ad organizzare le elezioni entro il dicembre 2023: un obiettivo ambizioso, complesso e probabilmente di difficile realizzazione, a causa di una serie di fattori oggettivi, primo fra tutti la balcanizzazione dei micro-centri di potere che non sarebbero favorevoli ad un passo indietro nelle rispettive sacche di influenze per convergere verso un sistema centralizzato.

Ma è un preciso elemento sul tavolo, il fatto che vi sia comunque l’intenzione dell’occidente di provare a valutare se le previsioni negative possano essere smentite da un’azione corale, più incisiva e che non commetta di errori di approssimazione del recente passato. In questo senso va letto l’attivismo dell’Italia che, oltre alla visita di ieri a Palazzo Chigi il primo ministro del Governo di Unità Nazionale libico, Abdulhameed Mohamed Dabaiba e la sua delegazione di ministri, da tempo ha messo la Libia tra gli obiettivi primari della sua azione.

Lo ha ribadito a chiare lettere il premier Giorgia Meloni che la stabilizzazione della Libia e del suo quadro politico “rappresentano una priorità per l’Italia, per la sicurezza nazionale e per la diversificazione energetica”. Ovvero è strategicamente importante indire le elezioni libiche presidenziali e parlamentari contando sulla mediazione delle Nazioni Unite e del Rappresentante Onu Bathily. E l’Italia farà la sua parte.

@FDepalo

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