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Forse per una volta, i fantasmi dell’Alitalia lasceranno spazio a un sano e giustificato ottimismo. Ita, erede di quella compagnia che per tanti anni ha simboleggiato il lato più oscuro dell’industria italiana, si prepara alle nozze con Lufthansa. La firma, dicono i ben informati, potrebbe arrivare già la settimana prossima, giusto il tempo di limare gli ultimi dettagli e dare il tempo al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, di dare un ultimo sguardo alle carte, dopo il tour de force dell’ultima settimana, tra il G7 in Giappone ed Eurogruppo a Bruxelles.

Poi, salvo imprevisti dell’ultima ora, sarà fatta. E una buona fetta di capitale del vettore sorto sulle ceneri dell’Alitalia e controllata ad oggi al 100% da Tesoro, finirà in mano tedesca, nella misura del 40% in cambio di un assegno tra i 250 e i 300 milioni. L’operazione, che vede protagonista uno dei maggiori vettori europei (riacciuffato per i capelli in piena pandemia dal governo tedesco con un salvataggio pilotato da 9 miliardi di euro), segna indubbiamente una svolta per per la compagnia ma anche per la stessa industria dei trasporti italiana.

Primo, si proverà finalmente a dare un calcio al passato e ai suoi disastri, affidando Ita (di cui momentaneamente il Mef tratterrà una quota del 60%, salvo possibili, future e nuove diluizioni) a un partner di peso e dalle spalle sufficientemente grosse. Secondo, il Tesoro si alleggerirà di un carico non certo leggero, consegnando un pezzo di un asset tutt’oggi pregiato al mercato, liberandosi in ultima istanza da tentazioni nazionaliste applicate all’industria e dallo spettro di strampalate operazioni industriali. Tre buoni motivi, insomma, per scorgere tra le pieghe del deal un valore aggiunto. Di questo il merito va senza dubbio al ministro Giorgetti, gran tessitore della tela che porterà Ita tra le braccia di Lufthansa.

Certo, il futuro è tutto da scrivere. C’è da tornare competitivi sul medio e lungo raggio (nel piano industriale che seguirà le nozze c’è una flotta da 100 velivoli e il rilancio di Linate, oltre all’irrobustimento di alcune tratte strategiche), da battere la concorrenza spietata delle low cost e da vincere la sfida dell’inflazione, a cominciare dal carburante e dalla componentistica. E qui entrano in gioco gli attuali vertici di Ita, ovvero il presidente Antonio Turicchi e il ceo Fabio Lazzerini. E, soprattutto, i conti.

I quali raccontano una realtà meno negativa di quanto si creda. Togliendo per un momento dalla testa la perdita di 486 milioni del 2022, i numeri di questi mesi si possono leggere in una giusta angolatura. Per esempio, i ricavi passeggeri sono stati nel primo trimestre dell’anno in corso pari a 345 milioni di euro, in crescita dell’1,5% rispetto al target iniziale. E ancora, i margini, ovvero l’Ebidta che dà la cifra della redditività dell’azienda, sono risultati migliori del 14% rispetto al budget.

Non è finita. L’operating cash flow nel periodo è migliore rispetto al budget del 74% mentre l’attività operativa ha generato cassa positiva per un equivalente di 80 mila euro al giorno. Tutto questo ha permesso alla liquidità di Ita di salire a fine trimestre di 402 milioni, +18% sul budget iniziale. A voler vedere il bicchiere mezzo pieno, ce ne è abbastanza per allontanare lo spettro di un fiasco.

Numeri e strategie. Ecco come Ita si presenta alle nozze con Lufthansa

Tra pochi giorni la firma per l’ingresso del vettore tedesco nella compagnia nata sulle ceneri della disastrata Alitalia. Un traguardo che è anche un punto di partenza per la politica industriale italiana. Ora la sfida del mercato e delle low cost partendo da conti più incoraggianti di quanto si creda

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