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Nel nostro Paese, la tentazione di parlare di “fronte del No” è forte. Basta inserire queste tre parole su Google e compaiono ben 250 mila citazioni e l’avvio dei progetti Pnrr, i piani rifiuti delle Regioni, lo sviluppo infrastrutturale, il ponte sullo stretto, l’insediamento di nuovi impianti industriali prodotto dal positivo effetto reshoring ne sono solo qualche esempio.

Le opposizioni locali alle grandi opere, infatti, sono talmente endemiche da far pensare ad un’unica, compatta cultura del non lasciar realizzare progetti. Ma la situazione, come spesso accade, è più complessa di quanto appare a prima vista. Non esiste una sola forma di opposizione, e immaginare che le opposizioni locali siano solo un “no a tutto”, di cui spesso ci si lamenta sulla stampa, rischia di indurre istituzioni e aziende a fare un grave errore di valutazione e da ultimo a compromettere la realizzazione delle opere.

Per le istituzioni, l’errore di valutazione può indurre a stimolare l’adozione di semplificazioni autorizzative o meccanismi sempre più forti di superamento il dissenso, come ad esempio i commissariamenti. È stata una linea scelta dai governi a partire dal periodo post pandemico. Ci sono casi in cui questa strategia ha funzionato, e casi in cui porta o rischia di portare a ondate di dissenso senza precedenti. Sul lungo periodo, un approccio di questo tipo rischia di creare una vera e propria cultura dei no, cementata dal dissenso diffuso a sua volta derivante dal mancato ascolto delle istanze locali.

Per le aziende, questo errore di valutazione si riflette su scelte di strategia sfocate: dalla comunicazione alle relazioni istituzionali, dalle community relations al management delle attività sul territorio. Si rischia di agire in un modo non coerente con ciò che in realtà sarebbe necessario fare. Ci sono, ad esempio, conflitti di valori, quando il “fronte del No” è animato da chi possiede una diversa visione di sviluppo o di risoluzione dei problemi pubblici, e che quindi non vogliono sia realizzata un’opera in contrasto con questa visione. Pensiamo ai No Tav o ai gruppi contrari alle fonti fossili. Si tratta di “No” ideologici che dovrebbero impegnarci a comunicare con chiarezza le ragioni di una grande opera in relazione al bene comune.

Altre volte le opere sono bloccate da conflitti di interessi, quando l’impatto di un’opera comporta un peggioramento della situazione economica o sociale di alcuni attori. Pensiamo a chi subisce espropri o teme la diminuzione del valore del proprio immobile. In questi casi, risulta quanto mai determinante avviare percorsi di ascolto e trovare soluzioni progettuali in grado di mitigare l’impatto sulla vita della comunità locale. Ci sono conflitti, poi, che potremmo qualificare “di sensibilità”, quando una scelta viene osteggiata per una forte reazione emotiva da parte dei territori: come nel caso delle proteste contro il gasdotto Tap, in parte animate da movimenti contrari alle fonti fossili (un conflitto di valori) e in parte da cittadini che temevano incidenti in corrispondenza del tracciato del gasdotto. Spesso lo sforzo principale di chi gestisce questo genere di conflitti consiste nel riportare la discussione su un piano ragionevole e documentato, controbilanciando le forti reazioni emotive. E forse troppo spesso si manifestano conflitti che nascono solo per canalizzare il dissenso all’interno di una più ampia strategia politica. Si tratta di “conflitti strumentali”, perché accomunati dalla volontà di raccogliere intorno a una o più figure carismatiche le variegate forme di dissenso che nascono dalle grandi trasformazioni, come quelle accennate sopra.

La soluzione è guardare ai conflitti locali per quello che sono: grandi, persino radicali trasformazioni che mobilitano interessi diversi, spesso tra di loro contrastanti, a volte sinceri e altre volte strumentali. Ogni conflitto è diverso dall’altro e richiede uno sforzo di comprensione per poter individuare il modo più efficace per risolverlo. Come? Gli strumenti che abbiamo a disposizione sono molti, dal monitoraggio e analisi delle conversazioni online ai sondaggi, dalle interviste strutturate a campioni di cittadini rappresentativi allo studio delle opinioni espresse attraverso i media, dalla conoscenza delle posizioni politiche pregresse alla valutazione dei profili socio-economici delle persone dell’area interessata.

Insomma, solo conoscendo davvero il dissenso aziende e istituzioni potranno creare consenso sulle grandi opere.

 

 

Per sbloccare le grandi opere bisogna saper leggere la cultura del “no”. Scrive Comin

Solo conoscendo davvero il dissenso aziende e istituzioni potranno creare consenso sulle grandi opere. Come si può fare secondo Gianluca Comin, docente di Strategie di comunicazione e tecniche pubblicitarie, Luiss Guido Carli

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