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Giancarlo Giorgetti passa per essere un ministro cauto nelle affermazioni, nonché europeista non di circostanza. Però, questa volta, non ha trattenuto il disappunto. Ieri l’Europa ha finalmente alzato il velo sul nuovo Patto di stabilità, che dovrebbe sancire il definitivo addio alla stagione dell’austerità. Dovrebbe, per l’appunto. Il condizionale è lecito, dal momento che l’Italia, Paese tra i più indebitati d’Europa, può da una parte certamente incassare regole più morbide sulla gestione dei conti pubblici, soprattutto nella traiettoria del debito (riduzione dello 0,5% annuo del Pil, la Germania chiedeva l’1%).

Ma d’altro canto, parte della spesa produttiva, quella cioè che serve a far carburare il Paese e su cui poggia la crescita, rimane legata a doppio filo ai parametri del Patto, ovvero agli storici vincoli del disavanzo. Quelli, per intendersi, figli di Maastricht. Investire, dunque, genererà deficit. In sostanza, gli Stati membri che sforano i tetti del 3% del rapporto deficit/Pil e/o del 60% nel rapporto tra debito pubblico e Pil dovranno rispettare delle traiettorie specifiche di bilancio a medio termine che assicurino un rientro del deficit sotto il 3% e che pongano il debito su un percorso discendente in modo stabile. Per questo investire per la crescita sarà difficile, come sempre.

Ed è qui che il governo italiano ha cominciato a storcere la bocca, dal momento che l’unico modo che ha l’Italia per abbattere il suo debito e liberare nuova finanza è crescere, dunque investire. Ma per farlo, alcuni capitoli di spesa produttiva andrebbero sganciati dai vincoli europei, liberati dalla camicia di forza e messi insomma al di là del perimetro del deficit. Per tutelare gli investimenti strategici, come green, digitale e Difesa, si potrà sì contare su più tempo per la riduzione del debito (sette anni invece di quattro) ma senza esenzioni o trattamenti particolari per gli investimenti. Inoltre, tale proroga verrebbe annullata se non dovessero essere compiute le riforme e fatti gli investimenti stessi richiesti dagli Stati e concordati con Bruxelles.

Di qui l’irritazione del governo italiano, espressa dal responsabile dell’Economia (che, tra le altre cose, oggi e domani sarà impegnato in un delicato Ecofin, informale ma con il serio rischio di un’imboscata di Bruxelles sul Mes). “C’è sicuramente del disappunto perché gli investimenti del Piano nazionale di ripresa (Pnrr) non risultano esentati, né il loro peso è mitigato, nella valutazione dei conti pubblici”, ha spiegato il ministro in un’intervista al Corriere della sera. Ammettendo “un passo avanti ma noi avevamo chiesto l’esclusione delle spese d’investimento, incluse quelle tipiche del Pnrr su digitale e transizione verde, dal calcolo delle spese obiettivo su cui si misura il rispetto dei parametri”.

Per Roma è dunque giocoforza trarre le proprie conclusioni. Ora “si tratta di riconsiderare i programmi ed eventualmente riallocare le risorse su quelli realmente in grado di aumentare il potenziale produttivo del Paese”, ha chiarito Giorgetti. Il caso più eclatante è comunque quello della Difesa, che ha una duplice valenza, sia industriale, sia politica. Era il 25 gennaio scorso quando il titolare di Palazzo Baracchini, Guido Crosetto, chiese all’Europa di tenere fuori dai parametri del Patto la spesa per la Difesa.

“La questione dell’esclusione degli investimenti per la Difesa dal Patto di stabilità è stata posta sul tavolo all’Europa come hanno fatto altri Paesi, perché in questo momento nessun Paese può tagliare le spese per la difesa. L’aiuto che abbiamo dato all’Ucraina ci impone di ripristinare le scorte per la difesa nazionale”, aveva chiarito Crosetto, rimarcando la necessità di portare la spesa italiana per la Difesa al 2% del Pil. E questo è l’aspetto industriale. Poi c’è il risvolto più geopolitico. Tale target di spesa, infatti, è stato concordato dall’Italia con la Nato. Ma se l’Europa non garantisce lo spin off della spesa dal Patto, ecco che tali obiettivi rischiamo di essere mancati.

Due mesi dopo la richiesta di Crosetto, erano i primi di aprile, il gioco di sponda aveva incontrato lo stesso Giorgetti, per il quale la spesa per la Difesa avrebbe dovuto essere coperta dalla golden rule, quella corsia preferenziale che tiene certi investimenti svincolati dai parametri europei e dunque fuori dal calcolo del disavanzo. Questo, per precisi impegni di spesa assunti dall’Italia verso l’Alleanza atlantica. E pensare che chi vigila sui conti di Roma, il commissario all’Economia, Paolo Gentiloni, ha più volte fatto intendere di voler andare incontro alle istanze italiane. Ma per ora la posizione tedesca non ha portato a un compromesso che tenga conto della situazione internazionale.

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