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“Abbiamo scelto di dedicare la festa del 1° maggio 2023 ai 75 anni della nostra Costituzione nata dalla Resistenza e dalla lotta di liberazione dal fascismo e dal nazismo, perché vogliamo ottenere riforme capaci di applicare e attuare i valori ed i principi della Carta Costituzionale a partire dalla centralità del lavoro, della giustizia sociale e dell’unità del Paese’’. È quanto scrivono Cgil, Cisl e Uil nel documento unitario per illustrare il quale le confederazioni hanno deciso di svolgere nei mesi di aprile e maggio una fase di mobilitazione unitaria con la realizzazione di una generalizzata campagna di assemblee nei luoghi di lavoro e nei territori e con la convocazione di tre manifestazioni interregionali (Nord, Centro, Sud) che si svolgeranno a Bologna (6 maggio), Milano (13 maggio) e Napoli (20 maggio).

La loro è una richiesta al governo di cambiamento. Che cosa intendono affermare Cgil, Cisl e Uil con l’auspicato cambiamento? Il documento contiene una serie di indicazioni a volte generiche a volte più dettagliate. Ma i concetti possono essere riassunti così: “Cambiamento per noi significa anche mettere in campo le azioni necessarie a realizzare gli investimenti e le riforme previsti dal Pnrr, rafforzando un modello di governance partecipata che veda l’azione congiunta di governo, Regioni, enti locali e parti sociali, per attuare i progetti e per favorire la spesa effettiva ed efficace delle risorse previste; battersi per non tornare ai vincoli europei di bilancio prepandemici; contrastare le disuguaglianze con una riforma fiscale fondata sulla progressività costituzionale; puntare sul lavoro stabile e di qualità; rilanciare un nuovo ed esteso Stato Sociale; cogliere le sfide dell’innovazione, della riconversione verde, della valorizzazione della cultura e del turismo’’.

Poi, le confederazioni sollevano una questione di metodo: “Le organizzazioni sindacali sono di fatto escluse da un confronto preventivo e vengono semplicemente informate delle decisioni di volta in volta assunte dal Consiglio dei ministri’’. Nel caso del Decreto lavoro (che conterrà anche la riforma del Rdc) non dovrebbe andare così, visto che il governo ha convocato i sindacati prima della fatidica riunione del Consiglio dei ministri del 1° Maggio che dovrebbe deliberare in materia (ammesso e non concesso che i recenti inconvenienti non abbiano indotto l’esecutivo a  ritardare la stesura del provvedimento).

Chi ha visto le bozze in circolazione si sarà accorto che talune norme significative sono in attesa del “via libera’’ del Mes. Ovviamente i sindacati hanno protestato per la convocazione ad horas; invece, dovrebbero ritenersi fortunati, perché alcune ore dopo l’incontro con il governo, i leader e i dirigenti sindacali raggiungeranno le iniziative organizzate ovunque per la Festa del Lavoro e saranno in grado di raccontare a quanti parteciperanno ai cortei e ai comizi, delle proposte concrete, che presto saranno pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale e saranno presentate in Parlamento per la conversione del decreto.

I discorsi potranno uscire dalle fumisterie delle piattaforme che somigliano sempre più a degli slogan pubblicitari. Perché, se è vero che il governo va diritto per la sua strada è altrettanto vero che la linea di condotta dei sindacati – salvo che su alcuni punti – è quella di indicare dei titoli corredandoli di qualche aggettivo qualificativo, poi ascoltare le misure concrete che il governo intende adottare in merito e verificare fino a che punto esse possono corrispondere alle richieste del sindacato. Facciamo qualche esempio. Per le pensioni Cgil, Cisl e Uil continuano a rammendare le solite vecchie calze (possibilità di andare in quiescenza a partire da 62 anni o con 41 anni di versamenti a prescindere dall’età) senza avere la serietà e l’onestà intellettuale di fare una semplice operazione come 2+2 ovvero di mettere in relazione questi requisiti non solo nei loro aspetti finanziari, ma loro effetti sul mercato del lavoro, a fronte degli andamenti demografici che minacciano di determinare, tra una ventina di anni, un buco di 6 milioni di persone in età di lavoro con un aggravamento forse irrecuperabile di una crisi già in atto sul versante dell’offerta di lavoro di cui il documento non si dà cura.

Ma quando si chiedono al governo “politiche industriali e d’investimento condivise con il mondo del lavoro per negoziare una transizione ambientale sostenibile, sociale e digitale, realizzando un nuovo modello di sviluppo con particolare attenzione al Mezzogiorno e puntando alla piena occupazione”, un esecutivo avrà pure il diritto di chiedere ai leader sindacali di spiegarsi meglio? O no? E per quanto riguarda la c.d. precarietà si terrà pur conto di certe esigenze oggettive delle imprese, regolate e tutelate da anni? A questo proposito si dice che il governo farà delle proposte di modifica del decreto dignità che in pratica consentiva la stipula priva di causalità di un contratto a termine per 12 mesi, trascorsi i quali i rinnovi erano condizionai a vincoli moto stringenti. Che si sia trattato di una norma sbagliata se ne sono accorti ben presto tutti; tanto che – col pretesto del Covid – la sua applicazione è stata sospesa e non più riattivata. I sindacati si accorsero per primi che quel provvedimento determinava un accelerato turn over degli assunti a termine, in quanto le imprese, venuti a scadenza i contratti nell’ambito dei primi 12 mesi, evitavano di infilarsi nella via crucis delle condizionalità, previste dopo aver superato quel termine, e assumevano dei nuovi contrattisti.

Nel nuovo decreto il governo intende inserire delle condizionalità più ragionevoli in caso di rinnovo. I sindacati sosterranno che in questo modo si favorisce la precarietà: si sa che il leader sindacali vanno a naso, non perdono tempo a valutare i dati e quindi ignorano che è in atto una tendenza che vede aumentare le assunzioni a tempo indeterminato e diminuire quelle a termine. Anzi, nella polemica pubblica, spesso si confondono anche i concetti di stock e di flussi. È vero che gran parte delle assunzioni (flussi) avvengono a termine, ma è altrettanto vero che lo stock resta più o meno sempre lo stesso. E che l’83% dei lavoratori dipendenti ha un rapporto a tempo indeterminato.

Il governo però si appresta – a quanto si dice – a commettere un errore. In sostanza, le bozze circolanti lascerebbero intendere che l’accertamento dell’effettività delle causali per il proseguimento dei contratti a termine oltre i 12 mesi sarebbe affidato alle commissioni di certificazione dei contratti (con la partecipazione dei consulenti del lavoro?). Una norma siffatta rasenterebbe la follia della burocratizzazione delle assunzioni. Ce la immaginiamo una commissione che esamina, a lungo, i motivi tecnici, produttivi e organizzativi che inducono un’azienda ad assumere del personale a termine, mentre magari l’impresa perde la commessa? Se non si vuole tornare ai “virtuosi” 36 mesi  acondizionali (con lo stesso datore e la stessa mansione) del decreto Poletti del 2014, si scelga un periodo inferiore (24 mesi?) lasciando inalterata l’acondizionalità a discrezione dell’azienda, la sola in grado di conoscere le sue reali esigenze.

Il governo si appresta giustamente a togliere di mezzo le cosiddette norme sulla trasparenza nelle assunzioni che hanno introdotto un inutile carico burocratico per le imprese. Eviti di cadere – con la certificazione del lavoro a termine – dalla padella alla brace.

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