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Ha tuttora dell’incredibile la sottovalutazione dei piani di Vladimir Putin in Ucraina da parte delle classi dirigenti e delle élite intellettuali europee. Sarebbe bastato leggere gli articoli e gli appelli disperati di Anna Politkovskaja (1958-2006), la giornalista russa assassinata, per poter fugare, da sùbito, 20 anni fa, ogni dubbio sulle intenzioni poco pacifiche del nuovo zar nei confronti di alcuni Paesi confinanti. Invece, denunciava sconsolata Politkovskaja, grazie al miscuglio tra la negligenza-apatia-stanchezza russa e il coro di osanna in Occidente, Putin si rafforza giorno dopo giorno, fino al punto – avrebbe scritto oggi – di sfidare, attraverso l’attacco all’Ucraina, l’intero mondo libero.

Certo, le democrazie – lasciava intendere molto tempo prima di lei il politologo-politico francese Alexis de Tocqueville (1805-1959) – non hanno i riflessi pronti quando vengono aggredite, anche se, quasi sempre, dopo aver deciso di reagire, riescono ad avere la meglio sul nemico grazie a una più convinta motivazione-mobilitazione popolare. E però, America ed Europa (soprattutto quest’ultima) sono rimaste per troppi anni a guardare, senza insorgere più di tanto, mentre Putin assaliva Cecenia, Georgia e Crimea. Il che deve aver indotto l’invasore a pensare che anche l’assalto all’Ucraina avrebbe dato la stura, in Occidente, alla replica del solito copione: qualche protesta verbale, qualche nuova minaccia di embargo o roba simile. E nulla più. Chi avrebbe rischiato, nel Vecchio Continente, con gli aiuti militari a Kiev, di dar vita ad un pericoloso duello con il Cremlino, suscettibile di sfociare in un’apocalittica competizione atomica?

L’inattesa forte reazione di Volodymyr Zelensky, Stati Uniti ed Europa ha scombussolato i progetti del Cremlino, ma ciò non toglie che negli anni passati Europa e America abbiano chiuso più di un occhio di fronte al dispotismo di ritorno in Russia e alla sua parallela voglia di egemonia (anch’essa di ritorno) ai danni delle nazioni gravitanti nell’orbita moscovita fino al 1989.

E comunque. Se c’è una nazione che più di altre ha dato prova di infinita pazienza e di estrema comprensione nei riguardi della Russia putiniana, il suo nome è Germania. La Germania ha questo di particolare: è, o si ritiene, troppo grande per l’Europa, ma è troppo piccola per il mondo. Una condizione che non agevola la sua serenità d’animo e che, spesso, non le suggerisce le soluzioni migliori perché dimentica una struggente lezione del “premio Nobel” per la letteratura Aleksandr Solzenicyn (1918-2008), dissidente antisovietico: “La violenza non è capace di vivere da sola, è sempre connessa alla menzogna”.

Che un giorno il nuovo capo della Russia sarebbe tornato alla carica nel segno di una Jalta-bis che riportasse l’Est europeo nella cuccia del Cremlino, lo aveva lasciato intendere il presidente cecoslovacco Vaclav Havel (1936-2011) già all’indomani della caduta del Muro di Berlino, quando scolpì questa osservazione: “La Russia non sa bene dove comincia né dove finisce”. La qualcosa, era sottinteso, prima o poi le avrebbe ridestato il desiderio di ricostruire il vecchio impero zarista e (in seguito) comunista. Infatti. Con il passare degli anni, la nostalgia del precedente espansionismo cominciò a dilagare in Russia, tanto da condurre, piano piano, il potere a una sostanziale riabilitazione della figura di Iosif Stalin (1878-1953) e a un martellante tam-tam televisivo teso a prefigurare la riconquista effettiva, territoriale, dei vecchi confini staliniani. La distrazione dell’Occidente rinsaldò le convinzioni e le aspirazioni dei nostalgici alla corte di Putin. Ovvio che la guerra ibrida, composta da propaganda, bufale mediatiche e neolingua orwelliana, agevolò l’operazione annessione, ripresentata, ribaltata davanti alle telecamere con l’argomento dell’indipendenza riguadagnata (per i singoli Stati tornati all’ovile moscovita).

Chiunque, davanti all’indifferenza europea verso il neo-imperialismo putiniano, avrebbe parlato di debolezza, se non di pusillanimità. Figuriamoci cosa avrebbe pensato Putin, il cui machismo è dichiarato ed esibito senza particolari cautele. Altro che ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea e nella Nato, ingresso peraltro tutt’altro che caldeggiato da un Paese-chiave dell’Ue come la Germania. E così nel 2014 lo zar fa saltare l’intesa per l’approdo di Kiev a Bruxelles, che avrebbe potuto fare da apripista non solo per altre capitali orientali, ma addirittura avrebbe potuto fare da polo d’attrazione (democratica) per la stessa sterminata Russia putiniana. La contemporanea ignavia occidentale sulla Georgia rasserenò non poco il re del Cremlino.

Ma tutte queste considerazioni non sarebbero risultate sufficienti a tranquillizzare definitivamente l’autocrate di Mosca se l’Europa e, soprattutto, la ricca Germania non si fossero messe nelle condizioni di dipendere, in ruoli di sudditanza, dal gas dei russi. Una dipendenza, quella tedesca, che suscita ancora inquietanti interrogativi sulla lucidità dei governanti di Berlino. In fondo, deve aver pensato Putin, meglio una Germania forte in Europa (grazie alla energia importata dalla Russia) che un’Europa debole eterodiretta da Washington. Un discorso di geopolitica che non faceva una piega dal punto di vista di Mosca. E tutto lasciava intendere che il disegno di Putin sarebbe stato coronato dal successo. Se non che, ad un certo punto, zar Vladimir si è fatto catturare dalla hybris, dal delirio di onnipotenza, cui immancabilmente, secondo gli antichi greci, seguivano la vendetta umana o la punizione divina. Il che, sembra, si sta puntualmente verificando. Più passano i giorni più Putin non sa che pesci pigliare, ad esclusione dell’opzione nucleare che, però, segnerebbe anche la sua fine.

Ma il capitolo della dipendenza europea dal gas russo è ancora quasi tutto da scrivere. Una cessione di sovranità su cui l’Europa ha rischiato di perdere prima di combattere.

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