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La transizione energetica è in atto, accelerata in vari modi dal conflitto tra Russia e Ucraina e dalla spinta fornita dagli incentivi pubblici. Secondo le ultime analisi, circa il 90% della domanda di elettricità nel 2022 è stata soddisfatta da energia da fonti rinnovabili. Un trend in buona parte spiegabile alla luce della crisi energetica seguita all’invasione russa, che ha riportato al top dell’agenda dei governi europei la voce “sicurezza energetica” e la possibilità di ridurre le importazioni di gas e petrolio con una maggiore penetrazione/installazione di impianti eolici e fotovoltaici.

Se da una parte questo rappresenta un’eterogenesi dei fini per Vladimir Putin, le necessità di riportare “a casa” la produzione di tecnologie low-carbon e le filiere a monte è al contrario il tentativo di non replicare gli errori fatti in passato, passando da una dipendenza all’altra nel giro di pochi anni. In quest’ultimo caso, porgendo alla Repubblica Popolare Cinese un fianco scoperto della non così scontata solidarietà occidentale e transatlantica.

Proprio discutendo di energia e target di decarbonizzazione alla riunione dei ministri competenti del G7 a Sapporo, in Giappone, si è arrivati alla conclusione che servirà garantire la sicurezza e la sostenibilità dei sistemi energetici delle economie avanzate, passando prima di tutto dalle materie prime critiche (CRMs). Quegli input essenziali e senza i quali le ambizioni industriali green-tech sarebbero alla mercé di un Paese ritenuto ostile dagli Stati Uniti e sui quali, invece, l’Unione europea sembra non avere una posizione comune e condivisa. Mentre l’etica delle democrazie, e la coerenza politica delle classi dirigenti, sarebbe ancora una volta messa alla prova tra l’impegno collettivo del net zero e l’incapacità di raggiungerlo con i mezzi necessari e propri, facendosi inoltre carico delle esternalità sociali e ambientali.

“Siamo impegnati a supportare un commercio aperto, trasparente e basato sulle regole del libero mercato per i minerali critici, opponendoci a misure distorsive e politiche monopolistiche e promuovendo invece un dialogo tra i Paesi d’estrazione, produttori e consumatori”, così si legge in un comunicato ufficiale del gruppo del G7 pubblicato domenica.

Il piano congiunto, esposto in 5 punti, prevede una collaborazione sempre più stretta con l’International Energy Agency (IEA), chiamata a fornire scenari a medio-lungo termine su domanda e offerta di materie prime critiche a supporto dei decisori; un’azione coordinata per favorire l’adozione di standard ambientali e la tracciabilità dei materiali lungo la supply chain (facendo leva su iniziative già in essere, come la Minerals Security Partnership, la Sustainable Critical Minerals Alliance e il club sulle materie prime proposto dalla Commissione europea); rafforzare le capacità di riuso e recupero, in particolare dai flussi di prodotti a fine vita (principalmente dell’elettronica) e in seguito di batterie e EV; investire sull’innovazione e la condivisione di best practices, informazioni e tecnologie che possano mitigare la criticità delle materie prime; infine, accogliendo una proposta IEA, preparare piani di contingenza in caso di interruzione delle forniture.

È questo un punto che rischia di diventare di estrema attualità nel giro di pochi anni, considerando che le materie prime critiche, al pari dei semiconduttori, sono sempre più trascinati nella competizione tra Usa e Cina e che difficilmente non avrebbe conseguenze ed effetti a catena anche sugli altri Paesi. Un primo segnale che Pechino possa decidere la weaponization dei suoi asset è l’inserimento di una serie di tecnologie ed equipaggiamento per la raffinazione delle terre rare (su cui Pechino ha costruito un sostanziale dominio tecno-industriale, dalle miniere ai magneti) in una lista di prodotti proibiti per l’export.

La concentrazione delle attività minerarie in Paesi emergenti o politicamente inaffidabili – il litio in Sud America tra Cile, Argentina e Bolivia, nickel in Indonesia, cobalto in Repubblica Democratica del Congo – e quelle di processazione in Cina (rispettivamente, 58%, 35% e 71%) rendono queste filiere particolarmente esposte a shock geopolitici, disastri naturali e non solo.

La recente corsa agli incentivi pubblici inaugurata dall’Inflation Reduction Act (Ira) statunitense ha creato effetti controversi anche tra i Paesi alleati, con l’Ue scettica che l’implementazione della misura possa avere i benefici sperati in un’ottica di diversificazione e friend-shoring se non coordinata a livello multilaterale. Questo soprattutto in considerazione che i Paesi elegibili per l’Ira sono esclusivamente quelli con cui gli Stati Uniti hanno stipulato o già in essere un Fta (free trade agreement). Il Giappone, tecnicamente nel gruppo dei Paesi non esigibili, si è assicurato tuttavia un trattamento favorevole con la firma di un accordo che, in sostanza, lo include tra i Paesi Fta per il commercio di materiali critici. Un accordo che a breve potrebbe essere trovato anche con la Commissione europea, con l’inclusione di cobalto, nickel, manganese litio e grafite tra i materiali prioritari per la produzione di batterie elettriche.

L’accordo del G7 è sicuramente un importante passo nella direzione di una politica sulle forniture coordinata, dal momento che la mancanza di una supply chain resiliente (e sostenibile) rappresenta “un rischio cruciale che la realizzazione di un’economia basata sull’energia pulita che sta emergendo in fretta possa rallentare o fallire” ha commentato in un post Alessandro Blasi, Special Advisor presso l’Iea.

Resta il fatto che il trend dell’ultimo decennio, come emerso da un importante report dell’Oecd, vede un sempre più ruolo attivo degli Stati che in molti casi, e per motivazioni variegate, intervengono su queste filiere con restrizioni o tasse sulle esportazioni (quest’ultime, misure che attualmente sono previste nel regime Wto). Per motivi legati alla sicurezza nazionale o per catturare il valor aggiunto da un’abbondanza di materie prime sul proprio suolo domestico, l’interferenza degli apparati governativi – la Cina guida in questa speciale classifica – è avvenuta in 13.000 casi tra il 2009 e il 2020.

L’utilizzo delle risorse (o delle tecnologie) come arma geopolitica è chiaramente un rischio concreto e che potrebbe ritardare o deragliare la transizione energetica. E questo ricorso al tecno-nazionalismo, in una fase di riassestamento tra Paesi consumatori e Paesi produttori (un cleavage che, appunto, corre tra i Paesi avanzati e i Paesi emergenti) di materie prime critiche avrà, con tutta probabilità, effetti sull’evoluzione di mercati alternativi e sulla sostenibilità economica e ambientale delle industrie low-carbon.

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