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Mi sono dedicato in questi giorni e in queste ore, a leggere (talvolta volentieri, talvolta meno) tante analisi sul significato che può avere l’investitura di Elly Schlein come leader del Pd per il nostro sistema politico. Mi pare che, come purtroppo spesso avviene in questo strano paese, ben pochi tengano conto della storia e dell’evoluzione del nostro sistema politico, almeno di quello del dopoguerra. Io questa sorta di vizio invece non l’ho mai perso ed anche per questo ho fondato l’Academy Spadolini, il cui obiettivo più importante è il recupero, in questo strano paese ed in mezzo a questa strana classe politica, del senso della memoria storica. Ebbene, molti sanno cosa fu la “doppiezza togliattiana”, poi per certi aspetti (anche positivi per qualche verso) evoluta nel ruolo del Partito Comunista (in parte rimasto nei partiti eredi man mano di quella tradizione), di “partito di lotta e di governo”.
Mi pare che, di fatto, di questo modello si sia per qualche verso appropriata, con non poca abilità e non poca intelligenza politica, Giorgia Meloni. Un presidente del Consiglio che riesce per certi versi (pur talvolta con qualche limite) a mostrare una buona cultura di governo e un qualche senso del significato dell’appartenenza dell’Italia all’Europa. Ma credo – per provare ad essere sintetico e plastico – che alla Meloni non dispiaccia più di tanto che una parte del suo partito e qualche frangia, a volta non così piccola, dei partiti della sua coalizione operino in qualche modo da “partito di lotta”. Da queste colonne ho parlato ad esempio di cos’è il “donzellismo”, così come forse perfino certe prese di posizioni sulla questione dei migranti del ministro-prefetto Piantedosi, suscitando polemiche anche in questi giorni, non dispiacciano più di tanto alla stessa Meloni. L’Italia è un paese tendenzialmente moderato, con tinte conservatrici, e dove continuano a prevalere alcuni aspetti populistici. E con abile intelligenza mi sembra che la Meloni continui ad intercettare il consenso di elettori che hanno queste tre, apparentemente, diverse caratteristiche, intercettando anche quelle degli elettori tendenzialmente di centro (non pochi), oltre a quelli che hanno bisogno di “idola tribus”.
E qui veniamo alla questione Schlein. Il Pd, erede in qualche modo di quello che fu il “partito di lotta e di governo”, negli ultimi anni è ricorso a figure come Renzi (forse nominato troppo presto presidente del Consiglio) che nei pochi anni del renzismo dominante, incarnava, in qualche modo, entrambe le figure: di lotta e di governo. Poi è arrivato il tempo di Enrico Letta, di sana scuola democristiana, ingaggiato come se fosse “papa straniero”, che però è stato anche presidente del Consiglio ed incarnava più l’anima di uomo di Governo. Forse un po’ troppo, perché man mano è venuta meno quella di “partito di lotta” (chiusura nelle Ztl, scarsa attenzione ai diritti sociali e alle vere questioni del mercato del lavoro, ecc.). Ora c’è una diversa “papessa straniera” come la Schlein ed è un fatto positivo per l’evoluzione del ruolo delle donne nella società che donne siano sia la premier e sia la leader del maggiore partito di opposizione: credo che lo sfondamento del tetto di cristallo, in questo senso, sia a buon punto.
I miei maestri mi hanno sempre insegnato a guardare all’interesse del paese e all’esigenza del massimo equilibrio possibile del nostro sistema politico. Ebbene, l’investitura della Schlein contribuisce a rafforzare in quello che sarà il nuovo Pd la dimensione di lotta, ma bisogna stare a vedere come evolverà la dimensione di governo. È vero che tra le correnti (il Pd è un partito in cui le correnti non sono mai mancate) che hanno appoggiata la Schlein c’è quella democristiana di scuola Franceschini. Ma guarda caso l’organizzatore della sua campagna è stato Francesco Boccia, da sempre sostenitore dell’asse con i cinquestelle, e c’è stato un sostegno forte della corrente di sinistra di Orlando e Bettini. Quest’ultimo definito sempre “grande stratega”, stavolta è salito sul carro del vincitore in anticipo, dopo aver in qualche modo mandato a sbattere ad esempio Zingaretti, di cui era il superconsigliere, anche perché aveva  individuato in Conte il grande leader di tutta la sinistra.
La scommessa a questo punto – per essere brevi – è quale cultura di governo si aggiungerà alla cultura “di lotta” nella leader Schlein e come utilizzerà i molti consensi per le primarie. Certo, riportare il Pd fuori dalle Ztl, mettere al centro la questione del lavoro e dei diritti sociali oltre che dei diritti civili può essere giusto, ma credo che l’impegno maggiore da qui in poi della nuova leader, forse aiutata da quegli esponenti interni  con più cultura di governo, dovrebbe essere quello di cercare di attrarre voti anche dal centro dello schieramento politico perché guardare solo allo zoccolo duro della sinistra “dirittista” (e ai doveri chi ci pensa?) significa consegnare il paese alla destra per molti anni.
Senza l’iniezione di dosi progressive, per il Pd della Schlein, da partito di governo un po’ più serio di come si è dimostrato anche nell’ultima tornata elettorale credo non sia facile anche riportare al voto un po’ di quel circa 60% di elettori che alle ultime regionali hanno disertato le urne. Problemino non da poco, un po’ troppo lasciato sotto il tappeto sia da parte della destra che da parte della sinistra.

Di lotta e di governo? A Meloni riesce, a Schlein è tutto da vedere

Il Pd, erede in qualche modo di quello che fu il “partito di lotta e di governo”, ha scelto una papessa straniera. Un’investitura che contribuisce a rafforzare in quello che sarà il nuovo Pd la dimensione di lotta, ma bisogna stare a vedere come evolverà la dimensione di governo. Il commento di Luigi Tivelli, presidente Academy Spadolini

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