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Le questioni della legislazione e della qualità della legislazione sono in questo Paese troppo poco indagate nonostante incidano significativamente e a volte gravemente sui diritti, sugli interessi legittimi e sulle aspettative dei cittadini e degli operatori economici. Ebbene, va registrato in primo luogo che la legislatura appena conclusa ha segnato uno spostamento ancora più netto del pendolo della bilancia dell’effettivo potere legislativo verso il Governo. Non parliamo di quanto è avvenuto con i governi Conte in cui, in presenza della pandemia, sostanzialmente il vero potere legislativo stava in capo al Governo, anche tramite atti normativi di carattere eccezionale.

In questa legislatura poi è cresciuto significativamente il numero dei decreti legge, in modo tale che il vero legislatore effettivo è stato più il Governo che il Parlamento. Non solo. C’è stata poi un’inflazione dei cosiddetti decreti delegati perché in seno alle leggi varate e ai decreti legge stavano regolarmente centinaia di rinvii a successivi decreti delegati per l’effettiva attuazione delle legislazione. Ciò che crea ancora più incertezza del diritto e dei diritti.

Non a caso, il Presidente Draghi ha dovuto dare un impulso all’effettiva attuazione dei tanti decreti delegati ereditati dai governi Conte e a quelli recati nei decreti legge emanati dallo stesso Governo Draghi, tant’è che i decreti delegati emanati nel corso del Governo Draghi ammontano a più di 1.300 e ancora ne rimangono molti da attuare. Ma il quesito da porsi è soprattutto sulla qualità della legislazione, affetta sia da inflazione normativa (troppe norme) che da inquinamento normativo (troppe norme mal scritte e sostanzialmente incomprensibili). Ma chi produce effettivamente le leggi? Chi scrive le norme?

È noto che ogni ministro dispone oltre che di un capo di gabinetto che sovrintende un po’ a questi aspetti anche di un capo dell’ufficio legislativo. A Palazzo Chigi risiede il Dipartimento affari giuridici e legislativi che dovrebbe, ma per molti versi non è in grado di farlo, coordinare l’attività legislativa del Governo. Per buona parte, queste figure sono consiglieri di Stato e per una parte minore della Corte dei Conti, con la presenza qua e la di qualche raro consigliere parlamentare di Camera e Senato. Ebbene, va rilevato con chiarezza che i consiglieri di Stato sono quasi sempre bravi a produrre sentenze o pareri con impronta spesso molto tecnico-causidica e forse proprio per questo l’effettiva normazione che viene dai ministeri e dal Governo è troppo ridondante, in vari casi scritta in modo ben poco comprensibile e piena di rinvii a precedenti leggi e normative.

In vari casi, il Parlamento poi con le aggiunte che produce in sede di esame delle leggi di conversione dei decreti legge, contribuisce a peggiorare questa normativa, spesso riempiendola, come avvenuto specie nell’ultima legislatura, di norme – provvedimento e di norme – fotografia. Ebbene, credo che in questo momento i papabili ministri stiano pensando a come si comporranno i loro staff, come scegliere il capo di gabinetto e il capo dell’ufficio legislativo, così come la sicuramente presidente incaricata Meloni sta pensando a chi sarà il suo Segretario generale e il suo capo del DAGL e forse anche ai capi per i dipartimenti della Presidenza del Consiglio.

Il bacino da cui si pesca normalmente, per l’appunto quello dei consiglieri di Stato e della Corte dei Conti tende a formare un gruppo che leva e che mette le tende sempre con gli stessi esponenti con l’alternarsi dei diversi governi. Da tempo, studio tali questioni, su cui ho prodotto anche qualche libro, ma sono stato inoltre anche Capo di gabinetto e ho potuto studiare e guardare da vicino, e continuare e farlo nel tempo, tanti colleghi. Pur essendo la maggior parte di loro ottimi giuristi, questa può essere una risorsa ma anche un limite perché un buon capo di gabinetto e un buon capo dell’ufficio legislativo dovrebbe conoscere anche i contenuti e le linee di fondo del ministero interessato.

Per esempio, ho potuto avvalermi dell’esperienza pregressa, nella mia carriera, di consigliere della Camera dei Deputati, notando che per certi versi i Consiglieri Parlamentari, che pur d’origine sono giuristi, sono più pronti ad adattarsi e entrare nelle varie politiche di settore del Governo. Infatti, un buon consigliere parlamentare può aver fatto ad esempio il segretario di qualche Commissione parlamentare ed essere abituato ad entrare nelle tematiche di settore: ciò che è fondamentale per i ministeri economici ma anche per altri tipi di ministeri. Così come c’è stato qualche caso di qualche professore universitario un po’ meno teorico del solito capace di entrare nel ruolo di capo di uno staff di Governo, più orientato a conoscere i contenuti delle politiche di settore rispetto a quanto fanno normalmente i consiglieri di Stato o della Corte dei Conti.

Credo che si tratti di aspetti che possa valere la pena valutare ai fini della composizione dei nuovi staff di governo, oltre a quello  almeno di qualche forma di ringiovanimento e di novità rispetto al solito circo che mette e leva le tende, in cui c’è anche qualche acrobata o trapezista un po’ troppo stanco o troppo anziano e un po’ obsoleto rispetto alla funzione richiesta. Come ha scritto anche un grande esperto di questo genere di questioni come Sabino Cassese la composizione degli staff di Governo e ministeriali è fondamentale ai fini del buon esito e del successo dell’azione di Governo. Una selezione su basi di cautela, attenzione, verifica delle attitudini e tendenzialmente una forma di meritocrazia è fondamentale a questo fine.

Attenzione ai veri vizi della legislazione e a chi scriverà le leggi

In questa legislatura è cresciuto significativamente il numero dei decreti legge, in modo tale che il vero legislatore effettivo è stato più il governo che il Parlamento. Come comporre la squadra dei capi di gabinetto e del legislativo sarà uno dei compiti più delicati del nascente governo Meloni. L’opinione di Luigi Tivelli, già consigliere parlamentare e capo di gabinetto

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