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Il vice segretario generale del Servizio europeo per l’azione esterna (Esas), Enrique Mora, è in questi giorni a Riad per una serie di incontri con funzionari del Consiglio di cooperazione del Golfo (Gcc) e leadership regionale. Questi meeting si basano sul nuovo concetto di dialogo più consapevole che l’Unione europea intende avviare con il Gcc, alla luce del recente documento di principio con cui Bruxelles intende rinnovare la partnership strategica col Golfo.

La visita di Mora arriva in contemporanea a quella di Barbara Leaf, assistente segretario di Stato per i Near Eastern Affairs, che si sta muovendo tra Egitto, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar in una viaggio lungo due settimane che ha un valore per la strategia statunitense. Altamente irritati dalla decisione saudita di tagliare le produzioni di petrolio in sede Opec+, accettando le richieste russe — sebbene la ratio sia l’interesse diretto e non l’allineamento a Mosca — gli Stati Uniti intendono dimostrare il valore della propria presenza nella regione.

Aspetto altamente criticato dai sauditi, il disinteressamento americano al Medio Oriente (o disengagement, per usare un termine inglese più funzionale) è percepito come una problematica esistenziale da tutti quei Paesi. Il rischio è che gli stessi, mentre cercano un processo di maturazione verso una sovranità più consapevole e ampia, si appoggino ad altri grandi protettori. O meglio ad altri modelli. Per gli Stati Uniti sarebbe altamente problematico visto il valore che quella regione rappresenta adesso e per il futuro, e qui si snoda la competizione tra potenze.

Gli Usa stanno cercando di spiegare (anche con le cattive maniere) che in questo momento è in corso una guerra per l’ordine mondiale, e qualsiasi cedimento verso l’altro lato della barricata — il modello avverso alle Democrazie, quello rappresentato dalle autocrazie russe e cinesi — viene percepito come uno sgarbo strategico. I regni del Golfo (come l’India) vogliono però cercare di trovare una propria dimensione negli affari globali provando ad approfittare della situazione (guerra russa in Ucraina, ripresa post-Covid, crisi economica e nuovi mercati), ma a loro volta hanno manchevolezze nella percezione di quanto profondamente il contesto globale sia sensibile per Washington.

In questa distanza, che è anche comunicativa, il ruolo dell’Europa come ponte di dialogo supera la banalità retorica, a patto che gli europei scelgano una strategia univoca — e non la competitività tra Paesi membri dell’Unione — nel relazionarsi anche con il Golfo (qualcosa di simile accade in altre regioni, come l’Africa o l’Indo Pacifico).

L’interlocutore è in fase di slancio. Lo scombussolamento del mercato degli idrocarburi collegato all’invasione russa ha allargato la finestra di centralità che i Paesi del Gcc vedevano chiudersi con l’avvio della transizione energetica. Petrolio e gas sono tornati linfa vitale per la sopravvivenza economica e sociale — dunque politica — dell’Occidente. E il Golfo ha la risposta quelle richieste: quei prodotti che con la transizione dovevano essere devalorizzati sono nuovamente cruciali per il presente e per buona parte del prossimo futuro. Questo ha comportato un rialzo dei prezzi e un aumento di commesse e marginalità.

I Paesi del Golfo traggono dagli extra guadagni legati agli idrocarburi la spinta per sostenere le proprie ambizioni di crescita — non solo economica, ma anche politica internazionale. Possono investire in forme energetiche alternative come l’idrogeno e portarsi verso la leadership di nuovi standard, ma anche nel Metaverso e nelle nuove tecnologie (in questi giorni, per capirci con un’immagine, la prima auto-volante cinese è stata testata nell’ambiente urbano di Dubai), diventano centri globali del fintech e di varie forme di servizi specializzati, alzano i livelli qualitativi di vita per i propri cittadini (pur non livellando le diseguaglianze), diventano centri logistici sfruttando posizionamenti geostrategici tra Oriente e Mediterraneo (Occidente).

Ossia, grazie al gas e al petrolio si emancipano dal ruolo di semplici produttori di idrocarburi e cercano un loro posto nel mondo. È alla luce di questo che vanno lette certe mosse come quelle dell’Opec o le posizioni attendiste sulla crisi russa e sulle violazioni liberticide cinesi. Quei Paesi non sono parte dell’Occidente-dei-diritti per principio esistenziale e strutturale. Ci dialogano da sempre, ma ora come mai non vogliono chiudersi nessuna opportunità e non sono ancora forti al punto di poter fare una scelta di campo.

In questo contesto il viaggio di Mohammed bin Zayed, il presidente emiratino, al Cremlino non va visto con la lente propagandistica di Mosca — che parla di una dimostrazione di vicinanza — e tanto meno con quella ottimistica di Abu Dhabi (secondo cui cercherà di evitare “l’armageddon” nucleare). Oggi, mercoledì 12 ottobre, MbZ (per acronimo) cercherà di mostrarsi pro-attivo agli occhi occidentali senza rischiare da passare ostile per la Russia. Ossia farà la sua parte, non risolutiva, ma orientata verso una pacificazione attualmente quasi impossibile ma comunque obiettivo da perseguire.

E chi può contestare chi persegue la pace? Lo stesso ha fatto l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, dopo aver avuto una conversazione telefonica con il preside ucraino (vista in parte come un tiepido sbilanciamento verso Kiev) il giorno seguente all’ultimo, sanguinoso bombardamento russo contro i civili.   Al Thani incontrerà Putin giovedì, in Kazakistan. 

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