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La parte più radicale della stampa di destra già lo bolla come “il tutore” se non addirittura il capo dell’opposizione che verrà. La parte dei media più sensibile al richiamo della sinistra coglie la palla al balzo e lascia intendere che il ruolo di garante nei confronti del governo di centrodestra che ancora non c’è, può e magari addirittura deve, diventare stabile. Tra questi due fuochi si trova il capo dello Stato che, assieme al presidente del Consiglio Mario Draghi, ha difeso l’Italia (e non l’esecutivo da allestire) dalle pretese di alcuni esponenti del governo francese, peraltro poi rettificate dal presidente Macron, di vigilare affinché la possibile premier Meloni deroghi sui diritti. Concetti che tempo fa anche la presidente della Commissione Ue, von der Leyen, aveva sostanziato affermando che Bruxelles aveva in mano “gli strumenti” per costringere Roma a rispettare gli impegni presi.

È evidente che nelle cancellerie europee alligni la perplessità che l’Italia possa diventare il colpo di maglio per la vittoria dei sovranisti anti-Europa. Come altrettanto evidente è che chi siede alle massimo cariche istituzionali non possa accettare sovranità limitate di alcun genere e da qualunque parte provengano.

Però il problema esiste e per l’ordinato funzionamento delle sfere decisionali e la leale collaborazione tra branche dello Stato, sarebbe bene chiarirlo. Esiste nel senso che la scrupolosa imparzialità del Quirinale e l’impegno per il rispetto verso l’Italia intesa come comunità nazionale indipendentemente da chi in uno specifico passaggio storico-politico la governa, c’è e rimarrà. Ma, conoscendo Sergio Mattarella, ciò non vorrà mai dire che il Colle si immischierà nelle questioni di governo salvo naturalmente gli obblighi e i poteri che sempre dalla Costituzione gli derivano. Come pure chi immagina (e va ricordato che qualche affondo simile si era già manifestato dopo l’elezione di Carlo Azeglio Ciampi nei riguardi del governo Berlusconi) che il Quirinale diventi  il fortino di resistenza dove radunarsi per contrastare l’azione di governo del centrodestra votato dagli italiani, coltiva nient’altro che fuorvianti illusioni.

È in questa cornice che va inserito il silenzio della sinistra italiana nella querelle tra la ministra francese degli Affari europei, Laurence Boone, e la Meloni. Nessuna solidarietà, ed è un errore “coperto” dalle parole di Mattarella e Draghi. Errore che diventa tragico se c’è chi immagina di addossare al capo dello Stato compiti politici o peggio ancora di schieramento che non gli appartengono e risulterebbero deleteri.

È un elemento che proietta un’ombra di incertezza e confusione nell’opposizione di sinistra e sul ruolo, ancora tutto da definire, del M5S non più a vocazione governativa. Non si può chiedere alle forze politiche sconfitte nella competizione elettorale di sostenere l’azione di un governo che nasce con un’impronta opposta alla loro. Ma si deve pretendere che l’opposizione, di qualunque genere e timbro sia, sostenga l’immagine del Paese ed esiga rispetto e autonomia da parte di tutti.

Stupisce che in questa circostanza soprattutto il Pd sia rimasto zitto. È la conferma della impasse identitaria-strategica che affligge il Nazareno dopo la batosta delle urne. La differenziazione tra un’anima chiamiamola movimentista assai sensibile alle sirene del populismo grillino e un’altra più riformista anche se il termine è fin troppo abusato, produce uno scontro interno che forse neppure il prossimo congresso sederà e soprattutto annebbia alcuni valori politici che anche dall’opposizione non possono essere dimenticati.

Sappiamo che Mattarella non farà sconti riguardo all’assoluto rispetto del suo ruolo arbitrale. E’ sperabile che anche il Pd trovi un suo equilibrio e confermi o cambi una leadership che in ogni caso non si faccia risucchiare in una dimensione “contro” senza se e senza di sapore terzomondista che al dunque ne rinnegherebbe la natura di protagonista e parte essenziale nella custodia e salvaguardia dei valori repubblicani.

Il silenzio della sinistra e il ruolo di Mattarella nel mosaico di Fusi

Stupisce che davanti alle frizioni tra la ministra francese Boone e Giorgia Meloni soprattutto il Pd sia rimasto zitto. È la conferma della impasse identitaria-strategica che affligge il Nazareno dopo la batosta delle urne. A destra c’è chi immagina Mattarella come “tutore” dell’oppposizione, a sinistra chi lo vuole garante nei confronti dell’esecutivo che verrà. Ma il capo dello Stato non si immischierà mai nelle faccende di governo, salvo i ruoli previsti dalla Costituzione

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