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Ha prodotto diffuse sprezzature sotto nasi evidentemente adusi ad aromi celestiali, ben altri rispetto a quelli mefitici che circolano nell’Italia politica, l’episodio della visita di Tajani alla signora Berlusconi. Il quale fatto, se non è stato rubricato come il replay dell’Umiliazione di Canossa (25-27 gennaio 1077), è soltanto perché Marina non è Papa e Tajani non è Enrico IV e fuori non c’era la neve.

Per il resto si è argomentato cospicuamente sull’inappropriatezza dell’intervento a gamba tesa dell’erede di Silvio Berlusconi nelle vicende interne di un partito e della sua proiezione in Parlamento e nel governo, che testimonierebbero la tendenza a considerare Forza Italia una sorta di proprietà di famiglia, infrangendo i canoni della corretta dialettica democratica interna di partito. Si argomenta, inoltre, che tutto questo ne certificherebbe l’indole incompatibile con una visione progressista.

Certo, se vivessimo nel 1980 queste obiezioni sarebbero apparse pertinenti e anzi avrebbero lanciato un warning a tutto il sistema dei partiti: quelli che avevano leadership contendibili attraverso i congressi, che dibattevano e si confrontavano su temi e programmi, che contavano milioni di iscritti e militanti nelle trentamila sezioni disseminate per l’Italia, che ignoravano l’uomo solo al comando e promuovevano col voto e il controllo della base popolare un gruppo dirigente che avrebbe corretto con la collegialità l’eventuale smania del leader, che peraltro evitavano di sovrapporre i ruoli di capo di partito e capo di governo sulle stesse spalle.

Ma quel Partito è morto. Finito. Seppellito dalla caduta del Muro, da Tangentopoli, dal costo di tirar su le saracinesche di 30.000 sezioni in giro per l’Italia. Dalle leggi elettorali sciagurate che hanno messo in mano a uno solo — il capo assoluto — il privilegio di cooptare fedeli, amici, mogli, fidanzate (o fidanzati), famigli, la cui caratteristica necessaria è stata quella di non avere nessun tipo di rapporto col corpo elettorale. Tanto ci pensa il capo.

Quanto alla forma-partito, oggi appare difficile trovarne uno che non sia ritagliato a immagine e somiglianza del capo assoluto. Il partito personale — intuiva Calise nel 2000 scrivendo un memorabile saggio sul tycoon che inventò Forza Italia — è oggi riferibile a quasi tutto il mercato politico, con azzeramento sostanziale delle procedure congressuali (si fanno solo quando va bene al capo, per osannarlo) e riduzione a nulla dei diritti delle minoranze (se ti opponi te ne devi andare: è l’origine delle scissioni continue). Anche quei soggetti politici che sembrano somigliare un pochino a quelli del passato poi inciampano nei cortocircuiti all’americana: eleggono col voto degli iscritti il segretario e concludono la procedura trombandolo con le «primarie aperte», dunque anche con chi non c’entra un bel nulla con il Partito, perché teoricamente possono andare a votare anche avversari interessati ad avere un concorrente piuttosto che un altro.

Pertanto, visto che purtroppo non siamo più negli anni Ottanta e che, oltre a dolerci perché gli anni passano, sono passati pure i partiti, guardiamo anche nelle nostre case prima di indignarci delle altre. E cerchiamo soluzioni. Per esempio, avrebbe senso fare una legge attuativa dell’art. 49 della Costituzione — che porta la firma di Mortati e Moro — imponendo, tra l’altro, il metodo democratico nella vita interna dei partiti, che oggi sembrano essere diventati soltanto il participio passato del verbo partire. Il che significa congressi democratici, diritti delle minoranze, incompatibilità di ruoli, e tutto quello che serve a ripristinare la sostanza democratica di ciò che oggi è diventato solo un brand. Sarebbe anche un modo per celebrare l’ottantesimo della Costituente.

Fino a quel momento, per favore, meno sprezzature sotto i nasini.

Phisikk du role – Il Partito come participio passato del verbo partire

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