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Non c’è veto che tenga. Ed è una cattiva notizia per l’Ungheria ma anche per chi si è schierato al fianco di Viktor Orbán contro il Parlamento europeo, che ha definito il Paese “un regime ibrido di autocrazia elettorale” e quindi non più una democrazia, e contro la Commissione europea che, alla luce del voto a Strasburgo, ha proposto di tagliare i fondi se non ci saranno riforme sullo stato di diritto. Basta, infatti, la maggioranza qualificata per dare il via libera alla decisione finale che potrebbe essere presa entro la fine dell’anno.

L’Ungheria, pressata anche dai mercati, ha promesso di trovare un accordo. Se non dovesse essere trovato, scatterebbe la soluzione proposta domenica dalla Commissione europea. In quel caso, la Polonia non potrebbe far nulla. E neppure un governo italiano filo-Orbán cambierebbe la situazione.

Perché dunque lanciarsi, come fatto da Giorgia Meloni e Matteo Salvini, in difesa del premier ungherese? “Ricordo a tutti che Orbán ha vinto le elezioni”, ha detto la leader di Fratelli d’Italia dopo il voto del Parlamento europeo. “Il mio modello non è l’Ungheria o la Polonia ma l’Italia e aiutare gli italiani a pagare di meno”, ha detto il segretario della Lega che meno di un mese fa diceva l’opposizione spiegando, con riferimento alle politiche sulla famiglia del primo ministro ungherese, che “se qualcosa all’estero funziona, non vedo perché non si possa importare”.

La ragione di queste dichiarazione appare poco più che uno sforzo di posizionamento ideologico.

Infatti, in un’analisi per il think tank Centre for European Reform, Luigi Scazzieri evidenzia i timori che con un prossimo governo di centrodestra, alla luce del populismo di Matteo Salvini, segretario federale della Lega, e del background post-fascista di Giorgia Meloni, “l’Italia possa diventare un membro dell’Unione europea disgregante come la Polonia o addirittura l’Ungheria”. Secondo l’esperto, Roma, Varsavia e Budapest potrebbero trovarsi sulla stessa linea sullo stato di diritto e sullo riforma dei trattati per contrastare il tentativo di diluire la sovranità nazionale. Tuttavia, “difficilmente un governo guidato da Meloni potrebbe costituire una minaccia esistenziale per l’Unione europea”, scrive. Piuttosto, “un governo di destra, con Fratelli d’Italia al centro, ridurrebbe l’influenza dell’Italia nell’Unione europea e renderebbe più turbolente le relazioni Italia-Ue”.

Inoltre, brucia ancora la ferita sulla linea euro-atlantista di Meloni che riguarda il blocco navale, soluzione che è stata bocciata anche dal suo candidato Carlo Nordio.

Ma ancora di più pesa la posizione dell’amministrazione statunitense sull’Ungheria.

Basti pensare che al Summit delle democrazie di fine 2021 (un appuntamento che dovrebbe rinnovarsi tra pochi mesi) il presidente Joe Biden ha lasciato fuori il Paese guidato da Orbán. Nei giorni scorsi Ned Price, portavoce del dipartimento di Stato, ha spiegato che è “troppo presto” per parlare degli invitati di quest’anno ma ha aggiunto: “Ciò che ci unisce come partner, ciò che ci unisce come alleati, trascende gli interessi. Sono anche i valori, e sono i nostri valori condivisi che da decenni costituiscono la base delle relazioni che abbiamo con i nostri alleati e partner in tutta Europa”. Valori che, ha aggiunto, “vogliamo vederli sempre in primo piano”.

Nei giorni scorsi, András Simonyi, ex ambasciatore ungherese alla Nato e negli Stati Uniti, ha spiegato a Politico che a Orbán “non importa nulla dell’Ucraina” e che questa sua posizione “non è solo un fastidio, è una minaccia” per l’Occidente. “Non credo che la Nato o l’Unione europea la stiano prendendo sul serio. E penso che sia un errore”, ha continuato sottolineando poi anche la penetrazione di Russia e Cina nel Paese. Un ulteriore elemento di preoccupazione che rende gli alleati di Orbán agli occhi degli Stati Uniti a rischio eccessiva vicinanza con Vladimir Putin e Xi Jinping.

Se non stupiscono le dichiarazioni di Salvini. Un po’ lo fanno quelle di Meloni, che sognando Palazzo Chigi ha intrapreso da diverso tempo una svolta atlantista. Dal centrosinistra, Luigi Di Maio, ministro degli Esteri e leader di Impegno Civico, non ha risparmiato critiche: “Meloni poi ha un grosso problema. Fa finta di essere atlantista, ma è di fatto commissariata da Salvini, che strizza l’occhio a Putin”. Parole pronunciate in un’intervista al Giornale e che il quotidiano della famiglia Berlusconi ha utilizzato per titolare l’intervista “Di Maio: ‘Meloni falsa atlantista commissariata dal putiniano Salvini’”. Segnale o avvertimento?

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