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La visita bilaterale del presidente russo Vladimir Putin in India deve essere letta alla luce della profonda volatilità geopolitica e dei cambiamenti strutturali in corso in Asia meridionale e sudorientale. Quasi un terzo dell’umanità vive nello spazio compreso tra India, Cina, Pakistan, Bangladesh, Afghanistan e l’intero subcontinente indiano, un’area attraversata da una guerra per procura sanguinosa per l’influenza regionale.

Storicamente, la Russia ha svolto il ruolo di mediatore tra India e Cina. Tuttavia, l’isolamento internazionale di Putin e di Mosca ha spinto la Russia verso una dipendenza sempre più marcata dalla Cina, compromettendo l’equilibrio strategico che per decenni aveva caratterizzato le relazioni con l’India. Il Pakistan, alleato dell’Occidente durante la Guerra Fredda, negli ultimi decenni è divenuto sempre più dipendente da Pechino. Con il Feldmaresciallo Asim Munir alla guida dell’apparato militare e una Casa Bianca nuovamente guidata da Donald Trump, determinata a ridisegnare l’ordine mondiale, Islamabad cammina oggi su una linea estremamente sottile tra la sua dipendenza strutturale dalla Cina e gli impegni presi con l’amministrazione statunitense.

In questo contesto, il Pakistan ha proposto l’espansione di un quadro trilaterale di cooperazione tra Pakistan, Bangladesh e Cina in un più ampio raggruppamento regionale che potrebbe includere anche altri Paesi dell’Asia meridionale. L’idea, formulata dal vice primo ministro e ministro degli Esteri Ishaq Dar, viene presentata come un’alternativa al SAARC (Associazione per la Cooperazione Regionale dell’Asia Meridionale), organismo paralizzato da anni a causa delle tensioni strutturali tra India e Pakistan.

La nuova proposta trae forza dai mutamenti regionali più recenti. Le relazioni tra Bangladesh e India si sono fortemente deteriorate dopo la destituzione e la condanna a morte dell’ex primo ministro Sheikh Hasina, oggi in esilio in India. Parallelamente, i rapporti tra Dhaka e Islamabad hanno conosciuto un miglioramento senza precedenti dal 1971, anno della separazione traumatica tra i due Paesi. Il sostegno cinese a questo nuovo assetto rafforza ulteriormente la profondità strategica di un allineamento concepito esplicitamente per isolare l’India nel proprio subcontinente e nel Sud-Est asiatico.

Secondo gli analisti, tuttavia, il progetto resta al momento più aspirazionale che operativo. Alcuni Stati più piccoli — come Sri Lanka, Nepal, Maldive e forse anche il Bhutan — potrebbero mostrare un interesse limitato per forme di cooperazione tematica, ma la maggior parte procederà con estrema cautela per evitare ritorsioni politiche da parte dell’India. Gli esperti concordano sul fatto che un vero multilateralismo regionale in Asia meridionale resti improbabile nel breve periodo. Continueranno invece a dominare accordi bilaterali e trilaterali, più flessibili e meno costosi sul piano politico. Se la proposta pakistana dovesse avanzare, rischierebbe di approfondire la frattura tra India e Bangladesh e di intensificare la competizione strategica tra India e Cina.

Nel frattempo, il Pakistan è oggi in conflitto diretto con i suoi stessi ex alleati. Gli scontri con i Talebani lungo la Linea Durand sono in costante aumento. In questo quadro si colloca un passaggio di enorme rilevanza strategica: la visita del ministro degli Esteri talebano, Amir Khan Muttaqi, in India nell’ottobre scorso. Con questo gesto, Nuova Delhi ha così attraversato un confine già evocato nel 2014 dal suo attuale Consigliere per la Sicurezza Nazionale: l’uso del proprio ruolo come grande centro mondiale del pensiero islamico e come Paese con una delle più numerose popolazioni musulmane al mondo.

Per oltre mille anni di dominazione musulmana nel subcontinente, i governanti indiani hanno sempre cercato legittimazione nel mondo islamico. Nonostante sia stabilmente il secondo o terzo Paese per numero di musulmani, l’India moderna è stata sistematicamente esclusa da tutti i principali forum islamici, compresa l’Organizzazione della Cooperazione Islamica, a causa del persistente conflitto con il Pakistan. La visita di Muttaqi a Nuova Delhi e alla Dar ul-Uloom di Deoband, centro spirituale della scuola di pensiero seguita dai Talebani, rappresenta uno dei primi atti formali di questa nuova diplomazia religiosa indiana. Oltre 250 milioni di musulmani vivono oggi in India e il subcontinente indiano ospita circa metà della popolazione musulmana mondiale.

Tornando alla visita di Putin, oltre al posizionamento tra India, Russia e Occidente, è fondamentale ricordare che Mosca conserva una forte influenza in Paesi chiave come Myanmar, Vietnam, Thailandia e Bangladesh, oltre ai suoi canali privilegiati con i Talebani in Afghanistan. In un momento in cui le minacce di sanzioni statunitensi mettono in discussione il futuro del porto di Chabahar in Iran — corridoio essenziale per l’accesso indiano all’Asia Centrale e all’Afghanistan — India e Russia hanno un bisogno reciproco crescente per bilanciare la Cina in Asia Centrale e nel Golfo del Bengala. La connettività BIMSTEC dell’India (e la sua “look east” policy), in particolare, richiede il sostegno russo nel rapporto con Myanmar e Thailandia.

A ciò si aggiunge un dato finanziario critico: l’India deve versare alla Russia circa 64 miliardi di dollari nel solo anno fiscale 2025, una somma in gran parte bloccata in conti russi presso banche indiane in rupie indiane. Un eventuale accordo di pace tra Trump e Putin, con il rientro di Mosca nei sistemi di pagamento internazionali, costringerebbe l’India a rimpatriare tali fondi, che rappresentano circa il 10 per cento delle sue riserve valutarie.

Con gli Stati Uniti ormai sempre più distanti dal ruolo di garanti dell’ordine globale basato su regole e un’Europa afflitta da una profonda disconnessione strategica, l’unico modo per contenere l’espansione cinese nell’Indo-Pacifico è coinvolgere le altre potenze che competono con Pechino. La fragilità europea è evidente anche nella quarta visita bilaterale del presidente francese Emmanuel Macron in Cina, mentre Xi Jinping corteggia l’Europa proprio nel momento in cui l’UE sta definendo la propria dottrina di sicurezza economica.

Secondo quanto riportato dal Washington Post, la Cina ha sviluppato oltre 16 basi aeree a duplice uso militare in Tibet, dopo l’analisi di più di 100 immagini satellitari. Questo impressionante sforzo infrastrutturale sul “tetto del mondo” serve a preparare Pechino a un confronto diretto con l’India lungo l’Himalaya, in uno dei teatri più inospitali al mondo, che rappresenta tuttavia anche il vero tallone d’Achille strategico del Dragone. Mentre la Cina si prepara ad affrontare l’Occidente in una guerra commerciale che appare sempre più a suo favore, consolida simultaneamente il fronte militare orientale.

Per Modi e Putin, dunque, per ragioni diverse ma convergenti, questa visita bilaterale era fondamentale. In Europa, l’immagine del presidente russo — protagonista della guerra in Ucraina — mentre rende omaggio a Mahatma Gandhi, apostolo della non violenza, ha suscitato shock e sarcasmo. Eppure, questo viaggio potrebbe rappresentare il vero punto di svolta della strategia di sopravvivenza di Putin in un’Eurasia sempre più centrata sulla Cina. Per l’India, invece, è la conferma definitiva che l’autonomia strategica non è più una scelta ideologica, ma una necessità esistenziale.

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