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Come le carte costituzionali indicano l’identità degli stati, le leggi di bilancio rivelano il profilo dei governi e lo stato dei rapporti interni alle maggioranze che li sostengono. La prima manovra economica del primo governo Meloni non fa eccezione. Il principale elemento a balzare agli occhi è la sostanziale continuità col governo che l’ha preceduto.

Causa anche il cosiddetto caro bollette, i due terzi della somma stanziata verranno spesi nel solco delle misure varate e annunciate da Mario Draghi. La rivoluzione di chi teorizzava “il primato della politica” a scapito dello “strapotere dei tecnici” non si è dunque realizzata. Lo conferma, tra i tanti dati possibili, anche la scomparsa dalla legge di bilancio dell’annunciato tetto di 60 euro di esenzione dall’obbligo dell’uso del Pos. Una retromarcia inevitabile per evitare di confliggere con la Commissione europea e con l’impegno assunto dal precedente esecutivo attraverso il Pnrr di incentivare i pagamenti elettronici. Insomma, il governo Meloni non si dimostra meno “europeista” del governo Draghi. Ragione in più per rilanciare la scommessa lanciata nei giorni scorsi su queste colonne: scommettiamo che il Parlamento italiano ratificherà la riforma del famigerato Mes? È una questione di realismo.

E realistica è l’immagine di una maggioranza priva di amalgama politica, oltre che composta da partiti attraversati da forti conflitti interni. Le modeste risorse disponibili al netto dei 21 miliardi destinati a sostenere le spese per l’energia di imprese e famiglie non sono state infatti concentrate in pochi interventi mirati, ma disperse in un rivolo di misure a dir poco parziali. Un lieve aumento della platea di partite Iva che potrà accedere alla tassazione del 15%, un lieve aumento delle pensioni minime, un lieve incentivo ai pensionamenti anticipati, un lieve taglio del cuneo fiscale… Un modo per dare (parziale) soddisfazione a ciascuno dei leader dei partiti di maggioranza. Partiti, eccezion fatta per Fratelli d’Italia, attraversati da linee di frattura piuttosto evidenti. Clamoroso il caso della Lega.

È prassi consolidata che il governo, e segnatamente il ministro dell’Economia, riassuma in un unico maxiemendamento i tanti emendamenti presentati in Parlamento alla legge di bilancio. La prassi si è interrotta quest’anno, quando il presidente salviniano della Camera dei deputati, Lorenzo Fontana, ha respinto il maxiemendamento messo a punto dal ministro dell’Economia, leghista ma non salviniano, Giancarlo Giorgetti. Non ci sono precedenti, così come senza precedenti fu la rottura della maggioranza sull’elezione del presidente del Senato, con Forza Italia che rifiutò di votare Ignazio La Russa. Che sia questo “il primato della politica” tanto auspicato?

Nota a margine, è pressoché certo che Fontana dovrà tornare sulla propria decisione: la valanga di emendamenti, il poco tempo a disposizione e i conflitti interni alla maggioranza renderanno inevitabile la presentazione di un maxiemendamento, con relativa questione di fiducia.

La legge di bilancio svela un governo europeista e una maggioranza rissosa

La valanga di emendamenti, il poco tempo a disposizione e i conflitti interni alla maggioranza renderanno inevitabile la presentazione di un maxiemendamento, con relativa questione di fiducia. Il commento di Andrea Cangini

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