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Un’ondata di caldo del nuovo anno ha portato tregua dal gelo invernale in Europa – le temperature hanno raggiunto i 25 centigradi a Bilbao – e il crollo dei prezzi del gas offre ulteriore sollievo. Ora sono più bassi rispetto alla vigilia dell’invasione russa dell’Ucraina. Ciò rafforzerà anche gli effetti degli sforzi della Banca centrale europea (Bce) per ridurre l’inflazione. I dati sull’inflazione della zona euro per dicembre, pubblicati venerdì, mostrano quanti progressi sono già stati fatti. I dati, pur preliminari, di dicembre fanno presagire una tendenza al ribasso. L’inflazione annuale è rallentata dal 7,1% al 6,7% in Francia, dall’11,3% al 9,6% in Germania e dal 6,7% al 5,6% in Spagna. Tuttavia, togliendo le componenti volatili dell’energia e del cibo, l’inflazione “core” nella zona euro potrebbe ancora aumentare, come in Spagna. Gli effetti duraturi dell’impennata dell’inflazione post-pandemia e dei mercati del lavoro tesi saranno un osso duro per la Bce e per i governi dei singoli Stati.

Anche in Italia per l’inflazione arriva un rallentamento. Anche se la frenata è meno netta rispetto al resto dell’Europa. Secondo le stime preliminari dell’Istat, a dicembre l’indice nazionale dei prezzi è salito dello 0,3% su base mensile – a novembre l’incremento era stato dello 0,5% – e dell’11,6% su base annua. Il lieve rallentamento riguarda anche il carrello della spesa (+12,6%) ma comunque è ai livelli record dal 1983.

L’istituto di statistica spiega che nel 2022 la crescita media dei prezzi al consumo è stata dell’8,1%, l’aumento più ampio dal 1985 quando fu del 9,2%. Giovedì, sui dati francesi, le Borse hanno fatto un balzo nell’ipotesi che la Bce possa rallentare la stretta sui tassi. A raffreddare gli animi degli investitori più ottimisti ci ha pensato la stessa Francoforte, pubblicando uno studio sul proprio blog. “L’indebitamento è diventato più costoso per i governi” ma “nonostante l’aumento dei tassi di interesse, il debito pubblico può rimanere su un percorso solido” di consolidamento, spiega l’analisi. Il percorso dettato da Christine Lagarde è destinato a continuare. A peggiorare la situazione i verbali della autorità monetaria americana: indicano ulteriori incrementi al costo del denaro, nonostante la vivacità del mercato del lavoro e dell’attività economica domestica. “Non sarebbe appropriato tagliare i tassi nel 2023”, dicono i governatori del Federal Reserve Board. Un atteggiamento che sta prendendo sempre più piede anche nell’eurozona, nonostante l’euforia degli investitori in questi primi giorni del nuovo anno. I quali potrebbero scottarsi in caso di sorprese negative sul fronte dei prezzi.

Quali sono le difficoltà principali a trovare una terapia per questa inflazione, la cui durata e il suo spessore sono stati sottovalutati dai due lati dell’Atlantico? Sono abbastanza anziano da ricordare “l’inflazione con recessione” degli anni Settanta, quando lavoravo e vivevo a Washington. Allora lessi un illuminante articolo del Premio Nobel William Nordhaus (successivamente dedicatosi soprattutto ad economia ambientale) che paragonava lo studio dell’inflazione e l’identificazione di terapie ad analisi di economisti appassionati di calcio che vanno allo stadio. Nei momenti più eccitanti della partita si alzano dai loro posti in tribuna nel tentativo di vedere (e capire) meglio. Sforzo sprecato perché anche nelle file davanti a loro, si alzano tutti. Finiscono per stare scomodi e vedere di sghembo. E comprendere meno le mosse della squadra del cuore e di quella avversaria. Non facciamoci troppe illusioni: nel combattere questa inflazione (sia da domanda sia da costi), banche centrali e governi non possono che andare a tentoni, sperando di azzeccare i colpi.

Devono, tuttavia, tener presente un recente modello elaborato un paio di anni fa da George Blanchard e applicato dal suo gruppo di studio a vari Paesi (tra cui la Cina): quale che sia la strada intrapresa, combattere l’inflazione vuol anche dire redistribuire reddito (e ricchezza). C’è sempre qualcuno che paga perché torni la stabilità dei prezzi per tutti. Principalmente, non adeguando i loro redditi nominali all’aumento dei prezzi.

Da anni, in Italia lo sono stati soprattutto i percettori di reddito fisso e i pensionati (categorie che non possono nascondere ciò che ricevono per il loro lavoro, soprattutto i “salari differiti” – come la Corte Costituzionale ha definito le pensioni).

Succederà anche questa volta, nonostante la rivolta serpeggiante di queste categorie?

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