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L’appuntamento è già in calendario: il prossimo 19 gennaio governo e sindacati avvieranno un tavolo di confronto sulla più spinosa (e politicamente sensibile) questione in campo: l’uscita dalla cosiddetta Riforma Fornero, che dal 2011 aveva stabilito che per andare in pensione servivano 67 anni di età o 42 anni e 10 mesi di contributi indipendentemente dall’età anagrafica. Esaurite le varie misure provvisorie che hanno consentito di non applicare in questi anni, in assenza di una nuova regolamentazione la Riforma Fornero torna effettiva dal 1 gennaio 2023.

Il che ha già creato un primo effetto: sulla riforma delle pensioni il governo più a destra della storia repubblicana potrebbe trovare da parte dei sindacati l’opposizione più soft che si ricordi. La contrarietà alla Fornero sembra infatti essere un punto di contatto fra i due fronti, i cui obiettivi in materia pensionistica in questo momento non sono così distanti. Il governo punta a definire entro il prossimo anno le modalità di riforma del sistema pensionistico, in modo da inserire le prime misure nella Finanziaria 2023. L’ipotesi sul tavolo è di consentire il pensionamento con 41 anni di contributi, indipendentemente dall’età anagrafica, ma con deroghe per i cosiddetti lavori usuranti. I sindacati spingono per allargare la flessibilità in uscita a 62/63 anni di età anagrafica, rispetto ai 67 della Fornero.

Un bene? Un male? Come spesso accade la risposta a questa domanda cambia a seconda degli interessi personali in gioco e della vicinanza o meno all’agognato traguardo pensionistico. E, come sempre nel nostro ragionamento pubblico, manca totalmente la valutazione sia economica che etica dei costi di questa manovra. Cosa significa, per il Paese nella sua totalità, modificare in un senso o nell’altro i requisiti? E cosa significa per chi accede adesso al mercato del lavoro, con la certezza di avere a fine carriera una storia retributiva meno consistente e, quasi certamente, con più periodi di disoccupazione fra un contratto e l’altro? E come crescerà la spesa pensionistica, se si considera che solo per gli effetti dell’inflazione farà registrare un +8,1% il prossimo anno e un +7,5% in quello successivo? Nel 2024 spenderemo in pensioni 345,3 miliardi di euro, una cifra che conferma un primato non positivo per l’Italia: l’essere, fra i Paesi Ocse quello con il più alto livello di spesa pensionistica rispetto al Pil.

Roberto Perotti, ordinario di economia politica alla Bocconi, sulla questione ha lanciato una provocazione forte: “All’Italia servirebbe un cambiamento di cultura, dobbiamo gradualmente liberarci dell’idea che lo Stato debba provvedere alle pensioni di tutti, anche dei più abbienti”, ha detto. “Non è inevitabile spendere tutti questi soldi in pensioni. Chi può permetterselo dovrebbe far da sé, lasciando che lo Stato si occupi dei poveri”.

Concordo: non è inevitabile, non deve necessariamente essere così. E aggiungo: servirebbe un ulteriore, profondo cambiamento culturale, che porti le persone alla consapevolezza che ogni privilegio, dalla tassazione forfettaria all’anticipo pensionistico, ha inevitabili conseguenze nel lungo periodo e sul sistema Paese. Versare meno contributi previdenziali (magari facendo largamente ricorso al nero…) è sicuramente un risparmio a breve termine, ma non può che condurre a un assegno pensionistico ridotto. È una scelta vincente, se si considera che la crescita dell’aspettativa di vita ci porta a vivere più a lungo, ma con il rischio di non essere autosufficienti e quindi con la necessità di avere le risorse economiche per un sostegno?

E aumentare la spesa pensionistica è davvero la spesa giusta da fare? Senza voler parlare di istruzione e formazione, che sono temi che riguardano i giovani e quindi, per definizione, non entrano nel dibattito pubblico, non potrebbe essere più sensato investire in sanità o in una riduzione del peso fiscale sui redditi da lavoro? Ho un sogno: che per una volta il dibattito sulle pensioni esca dal limitato “qui e ora” per innescare una riflessione più ampia sul futuro del Paese. E passare, auspicabilmente da un’ottica individuale ad una collettiva.

Le pensioni sono diritto, privilegio o responsabilità sociale?

Di Anna Zanardi

Aumentare la spesa pensionistica è davvero la spesa giusta da fare? Senza voler parlare di istruzione e formazione, che sono temi che riguardano i giovani e quindi, per definizione, non entrano nel dibattito pubblico, non potrebbe essere più sensato investire in sanità o in una riduzione del peso fiscale sui redditi da lavoro? Anna Zanardi Cappon, International Board Advisor and Change Consultant, apre una riflessione più ampia sul tema previdenziale

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