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In questi giorni si parla molto di lobby e lobbisti: i media hanno puntato giustamente un faro su una serie di attività che hanno fatto scattare l’indagine della magistratura belga ma nel dibattito giornalistico si confonde spesso due attività profondamente diverse.

Da una parte, infatti, c’è l’attività di faccendieri e corruttori, personaggi oscuri che rappresentano interessi di questa o quest’altra parte attraverso attività illecite o comunque al di fuori dei limiti della legalità e – aggiungerei – dell’opportunità.

Dall’altra c’è l’attività di lobby, di public affairs o relazioni istituzionali. È l’attività di chi professionalmente raccoglie e organizza gli interessi di aziende, associazioni e istituzioni e le rappresenta agli occhi dei decisori istituzionali: governo, parlamento, regioni ed enti locali, solo per fare qualche esempio. Lo fa con metodi legali, a fronte di contratti formali e con attività totalmente lecite.

Sono due attività profondamente diverse. Il discrimine, del tutto evidente, non è banale. La prima si svolge al di fuori del codice penale, la seconda, invece, totalmente dentro le prescrizioni della legge.

Ma non è l’unica differenza. L’attività dei faccendieri spesso nasconde interessi oscuri, indicibili, talvolta torbidi. Si agisce nell’ombra perché non si può portare alla luce istanze inopportune.

L’attività di lobby invece dà voce a istanze della società civile, al mondo del lavoro, del volontariato, dell’impegno civile. È un interesse di parte certamente, ma viene rappresentato nel pieno rispetto del gioco democratico e contribuisce a migliorare l’attività di decisione delle istituzioni.

Tante volte capita a chi si occupa di relazioni istituzionali, di portare al decisore, elementi nuovi, punti di vista fino ad allora non considerati, aspetti tecnici di dettaglio che contribuiscono a dare un quadro più completo a chi in quel momento ha l’onere e l’onore di dover legiferare su un certo tema.

La lobby, cioè l’attività di relazioni correttamente svolta, contribuisce a migliorare la qualità del dibattito pubblico e costituisce un elemento che è nell’interesse pubblico difendere. Confonderla con l’attività di faccendieri e corruttori fa l’interesse proprio di chi vuole approfittare della confusione per agire nell’oscurità.

È un rischio perché si finisce, come nel noto modo di dire, per buttare via il bambino con l’acqua sporca, cioè per colpevolizzare un’attività utile e importante insieme con la condanna, necessaria e sacrosanta, dei comportamenti illegali. Una condanna che proprio chi si occupa di relazioni istituzionali non può fare a meno di ribadire con forza e determinazione.

Non confondiamo lobbisti e faccendieri. L'appello di Giansante

In questi giorni si parla molto di lobby, ma nel dibattito giornalistico si confondono spesso due attività profondamente diverse. La lobby, cioè l’attività di relazioni correttamente svolta, contribuisce a migliorare la qualità del dibattito pubblico. Il commento di Gianluca Giansante, socio di Comin & Partners e docente presso il dipartimento di Scienze Politiche della Luiss Guido Carli

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