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“La Russia ci sta ricattando, sta usando l’energia come arma. Dunque l’Unione europea deve essere pronta” a reagire se Vladimir Putin decidesse di chiudere i rubinetti. Queste le premesse poste dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, alla presentazione del piano di emergenza sulla sicurezza energetica, che mira a rispondere proattivamente alla minaccia di Gazprom riempiendo le riserve europee e mettendole in comune.

L’obiettivo del piano è mettere i Paesi europei nelle condizioni migliori per affrontare i mesi a venire, proteggendo le industrie da carenze di gas e consentendogli di resistere all’assalto economico russo. “Dobbiamo prepararci all’interruzione totale delle forniture dalla Russia, che è uno scenario probabile […] e impatterebbe l’intera Unione”, ha detto von der Leyen, proponendo di ricorrere all’articolo 122 del Trattato europeo, che sancisce il principio di solidarietà energetica tra Stati membri in caso di crisi.

Von der Leyen ha iniziato prendendo atto dei progressi finora. “Gli stoccaggi comuni sono al 64%, esiste una piattaforma comune degli acquisti, c’è il piano RePowerEU basato su diversificazione ed efficientamento”. Dall’inizio di quest’anno i Ventisette hanno sostituito le importazioni russe con 35 miliardi di metri cubi da altri Paesi, hanno installato 20 GW di capacità rinnovabile (equivalenti a circa 4 mmc) e hanno ridotto la generazione di energia via gas, ricorrendo anche alle centrali a carbone.

Tuttavia, se Putin dovesse azzerare i flussi, l’obiettivo di arrivare a novembre con le riserve europee piene all’80% diventerebbe irraggiungibile. Questo ha spinto la Commissione a proporre un approccio proattivo, risparmiare gas da subito per minimizzare l’impatto futuro. La proposta agli Stati membri è ridurre l’utilizzo di gas del 15% (sulla base della media degli ultimi cinque anni) tra agosto e marzo 2023. Abbastanza per “superare l’inverno in sicurezza”, stando a von der Leyen.

La Commissione stima che col taglio si risparmierebbe l’equivalente di 45 mmc di metano. L’adesione, almeno inizialmente, sarebbe volontaria. E le modalità di riduzione sono lasciate ai singoli Paesi, che “sono nella posizione migliore per capire come gestirla”. Il riscaldamento privato non è in discussione, ma ogni apporto contribuirà a lasciare più respiro alle industrie; le ultime stime del Fondo monetario internazionale indicano che senza flussi russi il Pil europeo si può contrarre tra lo 0,4% e il 2,7%. Scenario peggiore per l’Italia, più esposta della media Ue: meno 5,7%.

Con l’eventuale aggravarsi della situazione, la Commissione di von der Leyen si prefigge di attivare un’allerta paneuropea per rendere il target obbligatorio (qui serve l’approvazione del Consiglio europeo). E il secondo pilastro del piano prevede il ricorso alla solidarietà tra Paesi. Alcuni sono più esposti di altri, ma le ripercussioni economiche si sentirebbero in tutta l’Unione; dunque, ha spiegato von der Leyen, tutti gli Stati membri devono essere pronti a condividere il gas in caso di bisogno.

Il punto cruciale del meccanismo di solidarietà è che si fonda sugli accordi bilaterali tra i singoli Stati. In pratica le capitali decideranno se e quanto condividere sulla base dei patti già esistenti, e quelli che non li hanno ancora dovrebbero affrettarsi a stringerli, avvertono i commissari. Che non hanno commentato la mossa del premier ungherese Viktor Orban, il quale ha sfruttato lo stato di emergenza economica per vietare le esportazioni di gas verso i vicini a partire da agosto.

Nel mentre la Russia sta provando a presentarsi come fornitore affidabile, nonostante l’evidente uso politico che fa del gas. Sentite due fonti informate, Reuters ha scritto che Gazprom sarebbe intenzionata a far ripartire i flussi verso la Germania via il gasdotto Nord Stream 1 (attualmente fermo per riparazioni programmate). Intanto, da Teheran, Putin ha addossato la colpa delle incertezze alle sanzioni europee. Con annessa stoccata: “L’Ue vuole più gas? Attivi il Nord Stream 2”.

Le premesse non inducono alla calma: i flussi russi sono già diminuiti di due terzi rispetto all’anno scorso. Paesi baltici, Polonia, Bulgaria e Finlandia, “ree” di non aver accettato di pagare il gas in rubli, non ricevono più gas russo. Ma anche Germania, Danimarca, Paesi Bassi e Italia, che pagano in rubli, hanno visto i flussi decrescere senza apparente motivo. Come ha rimarcato la Commissione, “abbiamo visto che Gazprom non è minimamente intenzionata a bilanciare il mercato” – e “non c’è motivo di credere che questo schema cambierà”.

Immagine: © European Union, 2022 

Von der Leyen piano gas

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