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L’attentato alla cena dei corrispondenti della Casa Bianca del 25 aprile 2026 non è un incidente isolato. È l’ultimo episodio di una sequenza che dura da un decennio e che obbliga a fare i conti con una domanda scomoda: stiamo assistendo a una patologia congiunturale o a una crisi strutturale delle democrazie liberali nell’era digitale?

Gli Stati Uniti sono la democrazia avanzata più esposta alla violenza politica contro i propri leader. Non è una contingenza, ma una costante: quattro presidenti assassinati in carica — Lincoln, Garfield, McKinley, Kennedy — e decine di attentati falliti in due secoli di storia repubblicana. Donald Trump ha moltiplicato questa casistica in modo senza precedenti: colpito a Butler nel luglio 2024, sfiorato a West Palm Beach nel settembre dello stesso anno, bersaglio di un’operazione dei Pasdaran iraniani sventata dall’Fbi il giorno prima dell’attentato di Butler, e ancora nel febbraio 2026 a Mar-a-Lago. Nessun presidente moderno ha affrontato una sequenza di minacce paragonabile.

Le radici di questa anomalia affondano nella cultura della frontiera, nel culto delle armi, in un individualismo esasperato che mitizza il gesto solitario come atto politico supremo. Ma affondano soprattutto in una polarizzazione sociale che trasforma la dialettica politica in guerra esistenziale. Quando l’avversario non è un concittadino con idee diverse ma un nemico da eliminare, il passo verso la violenza si accorcia drammaticamente. E questa non è più una specificità americana: è il paradigma avanzato di una patologia che si diffonde nelle democrazie occidentali con la stessa logica profonda. La differenza con l’Europa è ancora quantitativa, non qualitativa.

Il web 2.0 non è una piazza neutrale: è un sistema progettato per massimizzare l’engagement, che si nutre di emozioni primarie e tribali. Le filter bubble costruiscono attorno a ciascun utente un universo informativo su misura, dove le opinioni preesistenti vengono continuamente rinforzate. Le echo chamber completano il quadro: non solo non si incontra il diverso, ma si smette di immaginarne l’esistenza come interlocutore legittimo. Ne deriva una doppia frattura — epistemica e affettiva — in cui la violenza diventa l’esito prevedibile di un processo di disumanizzazione progressiva che si consuma ogni giorno, un post alla volta, in milioni di feed simultanei.

Su questa vulnerabilità endogena operano deliberatamente potenze autoritarie che hanno fatto della disgregazione delle democrazie occidentali una priorità strategica. Russia, Cina e Iran non osservano la polarizzazione: la coltivano e la monetizzano geopoliticamente. La Russia attraverso le “misure attive” di matrice sovietica, aggiornate all’era digitale e impiegate sistematicamente nelle elezioni americane del 2016, 2020 e 2024. L’Iran attraverso campagne sofisticate come “Storm-2035”, progettate per alimentare divisioni trasversali all’intero spettro politico americano. La Cina con una dottrina integrata — la “guerra dei tre domini”: opinione pubblica, diritto e psicologia — che considera il cervello umano il campo di battaglia decisivo del XXI secolo. Le tre potenze non formano un’alleanza esplicita, ma una convergenza opportunistica: condividono un avversario comune e amplificano reciprocamente le rispettive operazioni, ciascuna concentrandosi sui propri vantaggi comparativi.

Il nodo più insidioso è l’interazione tra i due livelli. La disinformazione straniera non crea fratture sociali dal nulla: le sfrutta, le amplifica, le rende più profonde. Le filter bubble diventano infrastrutture di amplificazione per le operazioni di influenza esterna. Il risultato è un circuito autoalimentante in cui polarizzazione interna e guerra cognitiva esterna si rafforzano a vicenda.

A chiudere questo circuito — e ad aggravarlo — è la risposta della politica. Di fronte a una minaccia sistemica che richiederebbe visione strategica e coraggio istituzionale, la classe dirigente contemporanea sceglie quasi sempre la strada opposta: assecondare le dinamiche della polarizzazione invece di contrastarle, perché la polarizzazione paga nel brevissimo termine. Genera visibilità, mobilitazione, consenso immediato. Il nemico da combattere vale più di qualsiasi proposta concreta. Chi governa sa perfettamente che certe narrazioni disumanizzano l’avversario, che le echo chamber radicalizzano, che il linguaggio dell’odio abbassa le soglie della violenza. Eppure lo strumentalizza, speculando su un dividendo elettorale provvisorio e lavorando, inconsapevolmente o no, nella stessa direzione dei propri avversari strategici.

Questa è la vera crisi della democrazia rappresentativa: non istituzionale in senso formale, ma teleologica. Una politica povera di pensiero lungo — senza una visione di società, senza una progettualità di medio e lungo periodo — non è attrezzata per riconoscere il rischio che corre il modello democratico, né per agire con la coerenza necessaria a contrastarlo. Si riduce a inseguire il ciclo delle notizie, a rispondere agli umori del sentiment digitale, a costruire identità di parte anziché visioni condivise. E una democrazia in cui metà della popolazione considera l’altra metà un nemico irredimibile ha già perso la propria sostanza, conservandone solo l’involucro formale.

Serve un atto di responsabilità lucida: riconoscere che polarizzazione digitale e guerra cognitiva straniera sono una minaccia sistemica e agire di conseguenza — con politiche serie di media literacy, regolazione intelligente delle piattaforme, investimenti nel contrasto all’influenza straniera, e soprattutto un linguaggio politico che smetta di fare dell’odio una risorsa strategica. La polarizzazione, il cambiamento climatico, la crisi demografica, le tensioni geopolitiche non si risolvono con uno slogan o con un nemico da additare: richiedono visione, progettualità, capacità di costruire consenso nel tempo. Gli attentati a Trump sono uno shock. Ma gli shock, se non producono riflessione, producono soltanto altro dolore. Nell’era della guerra cognitiva, quel dolore è esattamente la materia prima che i nostri avversari stanno aspettando di raccogliere.

Democrazie sotto assedio, ecco le fratture che nessuna scorta può presidiare. Scrive Pagani

Di Alberto Pagani

Gli attentati a Trump e la violenza politica Usa rivelano una crisi strutturale delle democrazie digitali: polarizzazione, armi e cultura del conflitto sono amplificate da social ed echo chamber, sfruttate da potenze autoritarie e incentivate da una politica di corto respiro. L’analisi di Alberto Pagani, docente di Geopolitica e Geostrategia all’Università di Bologna, già membro della Commissione Difesa della Camera dei Deputati

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