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“Andare a votare per i referendum? Un diritto, non un dovere”. Le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella – tirato in ballo assai inopportunamente sulla tornata referendaria della scorsa settimana – sono risuonate come un vero proprio requiem non soltanto sui referendum abrogativi in materia di giustizia, ma in generale su un istituto di democrazia diretta ormai ampiamente snobbato dai cittadini. I numeri in tal senso sono impietosi. L’affluenza definitiva è stata per i cinque quesiti del 20,9%, la più bassa nel dopoguerra. Perché i referendum fossero validi bisognava arrivare a una partecipazione oltre il 50%+1 degli aventi diritto.

Il tema su un quorum oggettivamente impossibile da raggiungere è stato rilanciato dal comitato promotore (Lega e Radicali) come il vero motivo del flop alle urne. Se è vero che ormai il partito degli astenuti rischia di diventare a tutti gli effetti il “partito” di maggioranza relativa in vista delle prossime elezioni politiche, non è peregrina l’ipotesi di rivedere la norma fissata all’art. 75 della Costituzione con un quorum rimodulato al 50%+1 degli elettori alle ultime elezioni politiche.

Una soluzione che premierebbe la partecipazione dei cittadini, ma che non affronterebbe il problema alla radice. Il referendum abrogativo è uno strumento di democrazia diretta stantio e anche superato. Un’arma eccellente per catalizzare l’odio antipolitico come dimostrato dalla ormai ben nota vicenda dei referendum del 1991 e del 1993 sulla legge elettorale.

In quel biennio la società italiana si mobilitò non per reale convinzione o consapevolezza sull’introduzione del maggioritario, ma per “prendere a calci” – per dirla con le parole del padre del maggioritario Mariotto Segni — la classe dirigente che l’aveva governata per 45 anni. D’altra parte, non è un caso che soltanto pochi anni dopo nel 1999 non si sia raggiunto il quorum (49,58%) sul referendum per l’abolizione della quota proporzionale prevista dal “Mattarellum”. La sbornia (referendaria) antipolitica era infatti già finita.

Già negli anni Novanta in piena ondata referendaria – a dire il vero – si sono levate voci autorevolissime per l’introduzione in Costituzione del referendum propositivo, come ad esempio quella dell’allora presidente della Consulta Casavola, che disse chiaramente che “l’istituto del referendum dovrebbe, soprattutto in una stagione di decisive riforme costituzionali, allinearsi al modello vigente in altre democrazie, come referendum propositivo”. Nel corso dell’odierna legislatura si è tornati insistentemente sul tema anche con la presentazione della proposta di legge costituzionale 1089 recante “Disposizioni in materia di iniziativa legislativa popolare e di referendum”.

La proposta di legge costituzionale modifica l’articolo 71 della Costituzione, introducendo un iter rinforzato ed accelerato per l’iniziativa legislativa popolare. Quest’ultima, se supportata da almeno 500 mila elettori, è sottoposta a referendum popolare entro diciotto mesi in caso di mancata approvazione dal Parlamento. Le Camere conservano ovviamente il diritto ad emendare la proposta legislativa in esame.

Se non si trattano di modifiche meramente formali, il testo presentato dal comitato promotore è sottoposto a referendum. In caso di approvazione è promulgato il testo presentato dai promotori. Altrimenti è promulgato il testo approvato dal Parlamento. Sull’annoso scoglio del quorum, si è giunti in prima lettura alla Camera ad un compromesso fissato al 25% degli aventi diritto.

Approvata in prima deliberazione dalla Camera il 21 febbraio 2019, la proposta è stata trasmessa al Senato e assegnata alla Commissione Affari costituzionali. L’ultimo esame in Commissione alla proposta di legge risale al novembre 2020. Poi un rinvio. Si spera che non sia sine die.

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