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Italia, Gran Bretagna, Francia e Unione Europea stanno aumentando le risorse destinate a proteggere le infrastrutture sottomarine dell’energia e delle telecomunicazioni, a seguito del recente sabotaggio del gasdotto Nord Stream. Come già riportato su queste colonne, la guerra con la Russia, e in particolare l’attacco al gasdotto, ha spinto diversi Paesi europei a rinnovare gli sforzi (già in parte presenti) per la protezione delle infrastrutture critiche subacquee.

La scorsa settimana il presidente francese Emmanuel Macron ha osservato: “possediamo infrastrutture essenziali al di là del nostro territorio: cavi, satelliti, gasdotti e oleodotti. Abbiamo rafforzato la loro sicurezza dall’inizio di questa guerra”. Il budget francese del 2023, che attualmente è in fase di discussione parlamentare, prevede una voce “fondale oceanico” da €3.1 milioni per la “protezione delle risorse naturali e dei cavi sottomarini, oltre al recupero di oggetti sensibili”. Parigi ha investito €11 milioni nell’acquisto di due veicoli sottomarini pilotati da remoto, che dovrebbero diventare operativi per l’inizio del prossimo anno, primi passi verso una flotta di droni e robot che verrà dispiegata entro il 2025 (notizia riportata da Europe 1, negata dall’Eliseo). Negando l’esistenza di una simile iniziativa, l’Eliseo ha affermato che “la sicurezza dei cavi è responsabilità degli operatori, che detengono metodi di sorveglianza avanzati e mezzi di intervento rapido”. Tuttavia, una cosa è riparare un cavo, un’altra è prevenirne il sabotaggio su larga scala, compito che spetta, naturalmente, agli Stati (in accordo con gli operatori, ovviamente).

Con circa 30 cavi che arrivano sulle sue coste dall’Atlantico e dal Mediterraneo, la Francia è il principale punto di accesso di internet nel continente europeo. Ad oggi non si sono mai verificati attacchi a queste infrastrutture da parte di attori statali, ma naturalmente, l’ attuale scenario geopolitico non fa ben sperare. Le tecniche di attacco variano da sistemi più raffinati, come piccoli sottomarini armati di pinze idrauliche, a metodi più semplici, come agganciare un’ancora al cavo e trascinarlo fino al danneggiamento. Il fatto è che pattugliare migliaia di chilometri sotto al mare è un’impresa fondamentalmente impossibile, la strategia diventa dunque creare più connessioni, in modo che il sabotaggio su un sistema non provochi un’interruzione totale.

La Marina militare italiana sta sviluppando partnerships con attori privati che lavorano su quelle strutture, come mostra ad esempio l’accordo con il gruppo Tim. Mentre il segretario della Difesa inglese Ben Wallace ha dichiarato lunedì che Londra acquisterà entro la fine di quest’anno la prima Nave Multi-Ruolo per la Sorveglianza Oceanica (Mross), che diventerà operativa nel 2023, e un secondo vascello di questo tipo verrà successivamente prodotto nel Regno Unito.

Intervenendo al Tallinn Digital Summit, la Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha ricordato: “La buona notizia è che disponiamo di una legislazione europea nuova di zecca (…) adottata sotto la Presidenza francese. (…) Ora dobbiamo sottoporre a stress test la nostra infrastruttura. Dobbiamo identificare i punti deboli e preparare la nostra reazione alle interruzioni improvvise. (…) Faremo il miglior uso possibile della nostra capacità di sorveglianza satellitare per individuare potenziali minacce”.

Insomma, il Vecchio Continente si muove adeguandosi alla situazione geopolitica contemporanea e a quella che verrà:  un mondo di multipolare di minacce ibride. Come ha detto von der Leyen in chiusura: “Le infrastrutture critiche sono la nuova frontiera della guerra. E l’Europa sarà preparata”.

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