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Il flop della partecipazione popolare al voto referendario ha forse definitivamente affossato questo sistema di democrazia diretta nel nostro Paese. Che il quorum non sarebbe mai stato raggiunto lo si sapeva dall’inizio, che votasse meno del 20% a livello nazionale sembrava probabile ed infatti questa è stata la percentuale, un minimo storico reso meno appariscente tenuto conto che in quasi 1000 comuni si votava anche per le elezioni comunali (dove circa il 90% dei votanti ha votato per entrambe le consultazioni), elezioni amministrative peraltro disertate da oltre il 50% degli elettori.

Da notare le molte schede bianche e nulle per i referendum espresse proprio nei comuni andati al voto per eleggere il sindaco: chi ha votato “solo” per i referendum ha evidentemente espresso una scelta, mentre molti elettori “amministrativi” hanno ritirato le schede senza poi esprimere il voto, evidentemente perché hanno ritenuto di non conoscere i quesiti o di non avere in merito specifiche opinioni.

Certamente ha pesato la poca informazione, il disinteresse generale, ma anche la consapevolezza tutta italiana che tanto – qualsivoglia sia una risposta referendaria e segnatamente per quelle che toccano la Magistratura – le cose tanto non cambiano mai, come più volte si è purtroppo evidenziato in passato.

Restano però aperte alcune questioni di fondo che dovrebbero essere chiarite dopo mezzo secolo di referendum con sempre minore appeal, se in questo benedetto Paese ci fosse ancora un po’ di coscienza critica (ed auto-critica).
In primo luogo si prenda atto che non ha più alcun senso pretendere una partecipazione sopra il 50% per dare validità ad un referendum quando a votare ormai va comunque solo una minoranza degli elettori perfino per le elezioni “normali”, come confermato dal voto di domenica.

È evidente che – se si crede nella democrazia diretta – bisognerebbe avere altri parametri per legittimare un voto referendario, per esempio collegandolo ad una percentuale minima di votanti rapportata a quella delle ultime elezioni politiche e soprattutto passando a referendum “propositivi” e non solo abrogativi.

In secondo luogo bisogna prendere atto, come sempre, che milioni di cittadini oggi teoricamente essenziali per raggiungere il “quorum” non possono votare neppure volendo. Parliamo dei milioni di residenti all’estero che – a parte la pressoché nulla informazione – dovevano comunicare la loro volontà di voto entro l’11 maggio (!) oppure non hanno ricevuto i plichi elettorali in tempo utile facendo ritornare sempre in tempo le schede votate. Minima quindi la partecipazione estera, ma curioso come invece queste schede si moltiplichino per le elezioni politiche.

Sembra una questione marginale, ma o il voto all’estero viene escluso dal “quorum” o bisogna far votare in modo semplice e trasparente chi è iscritto all’Aire.

C’è poi da chiedersi perché – nel momento in cui la raccolta delle firme referendarie può essere ora effettuata anche per via informatica – non si possa votare almeno per i referendum tramite Pec od altro sistema on-line di voto, ovviamente verificato.

In generale obbligare gli elettori a recarsi al seggio quando contestualmente si fa di tutto per evitare che i cittadini debbano recarsi fisicamente negli uffici pubblici testimonia il ritardo legislativo con il quale ci si muove in questa materia, a parte i costi per organizzare i seggi e la vergognosa pantomina palermitana dei presidenti ammalatisi all’ultimo momento.

Fin qui il “flop” referendario, ma pur non raggiungendo il quorum il voto ha comunque chiaramente indicato quale sia il pensiero degli italiani rispetto ai quesiti che erano stati loro posti e di questo bisognerebbe lealmente tenerne conto.

Interessante vedere innanzitutto che le percentuali tra Sì e No non sono molto diverse tra le città dove si è votato per i soli referendum da quelle dove si votava anche per le amministrative e dove quindi c’è stata una platea di elettori sufficientemente vasta e trasversale. Ovunque il Sì è stato maggioranza confermando che i cittadini italiani vorrebbero i cambiamenti proposti con i referendum e soprattutto che una larga maggioranza trasversale chiede un diverso sistema di elezione del Csm e boccia l’interscambio delle carriere tra Pm e giudici.

Al di là della validità dei referendum questa chiara indicazione popolare dovrebbe essere lealmente ammessa da tutti – in primis dai magistrati – con governo e Parlamento che dovrebbero tenerne conto nelle scelte legislative. Pia illusione? Temo di sì.

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