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Pace fatta, o quasi. Sono serviti 584 milioni di euro a riavvicinare Francia e Australia, due alleati chiave degli Stati Uniti da mesi in rotta di collisione. È la cifra che il governo australiano corrisponderà al colosso della cantieristica francese Naval Group per chiudere la disputa nata dal caso Aukus.

Lanciata lo scorso settembre, l’alleanza di Stati Uniti, Australia e Regno Unito per una commessa di sottomarini a propulsione nucleare da consegnare a Canberra ha dato vita a una crisi diplomatica. L’annuncio ha infatti polverizzato una partita di sottomarini Barracuda che la Francia aveva già concordato con la controparte australiana. Un danno consistente per l’industria francese: 56 miliardi di euro.

Se Washington e Parigi avevano già ricucito in autunno con tanto di pubbliche scuse del presidente americano Joe Biden, i rapporti fra i due alleati erano finora rimasti tesissimi. Ora la distensione, complice l’elezione del nuovo premier laburista australiano Anthony Albanese. Preannunciata dalle parole del ministro della Difesa francese Sebastien Lecornu al summit dei Dialoghi di Shangri-La sabato scorso: “Su sua richiesta, incontrerò il ministro della Difesa del nuovo governo australiano”, ha dichiarato, “dobbiamo guardare al futuro e ricostruire la cooperazione su nuove fondamenta”.

Si chiude così una parentesi che ha pesato non poco sulla strategia americana di contenimento cinese nell’Indo-Pacifico. Una strategia di cui il patto Aukus costituisce un tassello chiave: la flotta di sottomarini Ssn a propulsione nucleare, grazie alla velocità e all’efficacia della nuova tecnologia, permetterà all’Australia di diventare un baluardo della deterrenza cinese nei mari caldi tra l’Oceania e Taiwan.

I tempi saranno lunghi, troppo per alcuni osservatori: i sommergibili anglo-americani rischiano infatti di non essere pronti prima del 2040, quando potrebbero rivelarsi già superati dalla concorrenza cinese. Anche per questo a Canberra ancora infervora il dibattito interno sul patto con Biden e Boris Johnson: la partita di sottomarini francesi saltata, ha detto l’ex premier Michael Turnbull, sarebbe stata più rapida ed efficace per aggiornare la flotta australiana.

L’accordo di compensazione raggiunto, ha detto Albanese, è “corretto ed equo”. E lancia un segnale che va ben al di là dei rapporti bilaterali con l’alleato europeo. A ridosso delle elezioni presidenziali in primavera, Albanese si è visto accusare dall’opposizione di un’eccessiva clemenza nei confronti di Pechino e delle sue interferenze nella politica e nella società australiana. Il rilancio di Aukus e la ricucitura con Parigi, giustificati con la “gravità delle sfide” che Francia ed Australia affrontano nella regione, segnalano infatti una sostanziale continuità nella politica di contenimento cinese.

Non sorprende allora che la notizia dell’intesa non sia stata accolta con entusiasmo dalla stampa governativa dell’ex Celeste Impero. Va all’attacco il Global Times, megafono anglofono del Partito comunista cinese: il passo di Albanese dimostra che “il nuovo governo australiano è ancora sotto la manipolazione degli Stati Uniti e vede nella Cina una minaccia e un avversario di primo piano”. Intanto Pechino alza la voce all’Onu: il progetto di cooperazione di Difesa sui sottomarini, ha tuonato il portavoce del ministero degli Esteri Zhao Lijian, non dovrà partire finché tutti gli Stati membri dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Ieea) non avranno dato il loro assenso.

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Si chiude la vicenda Aukus: il governo australiano, firmatario del patto per i sottomarini nucleari nel Pacifico con Uk e Usa, pagherà alla francese Naval Group mezzo miliardo di euro per i danni subiti. Una toppa che riavvicina due alleati chiave di Washington e aumenta la deterrenza contro la Cina nell’area

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