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In Italia i contribuenti con redditi superiori a 55mila euro sono il 4,58% del totale ma versano oltre il 38% dell’Irpef complessiva mentre quelli che dichiarano fino a 7.500 euro sono quasi il 25% (il 24,97%) e pagano lo 0,12% dell’imposta complessiva. Questo il dato emerso da uno studio di Itinerari previdenziali e Cida riferito ai redditi 2020, secondo il quale a sostenere la spesa pubblica sono nella sostanza quei poco più di 5 milioni di contribuenti con redditi superiori ai 35mila euro (il 12,99% di chi paga le tasse) versando il 59,95% dell’imposta sulle persone fisiche.

Nel complesso i redditi prodotti nel 2020 e dichiarati nel 2021 ai fini Irpef sono ammontati a 865,074 miliardi, per un gettito Irpef generato di 164,36 miliardi (147,38 per l’Irpef ordinaria; 11,99 per l’addizionale regionale e 4,99 per l’addizionale comunale), in calo del 4,75% rispetto all’anno precedente. Sopra i 100mila euro l’Osservatorio dedicato a entrate fiscali e finanziamento del sistema di protezione sociale individua solo l’1,21% dei contribuenti che, tuttavia, versa il 19,91% delle imposte. “Mentre si discute di riforma fiscale e flat tax“, si legge nello studio, “il 79,2% degli italiani dichiara redditi fino a 29mila euro, corrispondendo solo il 27,57% di tutta l’Irpef, un’imposta neppure sufficiente a coprire la spesa per le principali funzioni di welfare. Un conto da 278 miliardi che, a pagare, sono allora i (pochi) soliti noti”.

“Siamo ormai di fronte a paradossi inaccettabili. I nostri dati descrivono una società in cui le retribuzioni non crescono e sempre meno lavoratori sostengono il peso crescente della pressione fiscale. Il fatto che i lavoratori con redditi superiori a 35 mila euro lordi siano appena il 13% apre a un’unica alternativa: o stiamo scivolando verso un impoverimento generale non adeguato a una potenza industriale oppure in questo Paese c’è un sommerso enorme. Di fatto, stiamo continuando a favorire gli evasori”, ha attaccato Stefano Cuzzilla, presidente Cida.

“Il risultato è il danno per chi onestamente continua a contribuire al welfare e alla solidità dei conti pubblici e che, negli ultimi decenni, è stato costantemente penalizzato da blocchi della perequazione, rivalutazioni parziali e contributi di solidarietà, perdendo potere d’acquisto. E dopo il danno, c’è anche la beffa per chi, dalla manovra, vedrà tagliato in modo lineare l’adeguamento dell’assegno pensionistico e poi non potrà accedere, dato il tetto previsto, a quota 103 che è finanziata proprio da quei tagli. Insomma, non solo chi dà di più continua a pagare per gli altri, ma si continuano a proporre soluzioni ponte che non risolvono le gravi contraddizioni del sistema del fisco”.

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