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La scrivania del Dottore era sommersa di fogli e di appunti. Un bicchiere di rosolio ancora mezzo pieno. Matite e penne ammucchiate. Una pila di libroni. Tante cicche. Doveva aver lavorato fino a tardi. Erano settimane che lavorava fino a tardi. Carmela aveva imparato che il Dottore era un abitudinario: si alzava presto per studiare e scrivere, poi di giorno sempre in giro; dopo cena, ancora alla scrivania, fino a notte. Ma in quelle settimane sembrava che non dormisse più. La luce era sempre accesa. Addirittura, una volta Carmela aveva trovato il Dottore che dormiva accasciato sulla scrivania. Seduto, piegato in avanti con la testa sulle braccia. Come dormono i bambini a scuola. Il Dottore stava lavorando a una cosa importante. La guerra era finita e l’Italia doveva essere ricostruita. Nuova. Come Repubblica.

Carmela era orgogliosa di lavorare per il Dottore. Di respirare anche in casa quell’aria di grandi novità che stava attraversando l’Italia. Ah che novità! Carmela aveva addirittura votato. Era tornata al paese. La sera prima avevano fatto le prove. Poi si era messa in fila con mamma e papà. Con il vestito buono, come se fossero dovuti andare a un battesimo o un matrimonio. Le donne che votavano: incredibile! Se Carmela avesse letto Aristotele… avrebbe pensato che adesso si stava rivoltando nella tomba per lo stupore. Carmela insieme ad altri ventotto milioni di italiani doveva votare per scegliere se tenere il re e per eleggere l’Assemblea che doveva scrivere una legge importante assai. La chiamavano “Costituzione”. Carmela ci aveva capito poco. Ma aveva ascoltato quello che le diceva la mamma. Che aveva sentito dire da sua cognata Titina che era meglio se si tenevano il re. E poi aveva parlato anche con la signora Rosaria, che aveva una cugina laureata. E la signora Rosaria aveva detto che loro erano sudditi e non potevano votare sul re. Era una cosa brutta. Una cosa grave. Carmela era rimasta inchiodata a osservare il dialogo fra la signora Rosaria e sua mamma. La madre aveva sentito dire da alcune parrocchiane che era meglio la Repubblica.

E provava a tener testa alla signora Rosaria: «Il re è stato traditore. Non ha fatto niente contro Mussolini e poi se n’è scappato. Non possiamo tenerci questo re». La signora Rosaria replicava animosamente: «Noi siamo sudditi. Dobbiamo obbedire al re. Non possiamo capovolgere il mondo. Non ci possiamo permettere…». La mamma cercava di tenere la posizione: «Ma in parrocchia mi hanno detto che se arriva la Repubblica gli americani ci aiutano assai…». Rosaria si mise a gridare. E, come sempre accade quando gli animi si scaldano, utilizzò la sua lingua madre. Il dialetto napoletano. «Ccà se fermano ’e riloggi si nui vutamm’ ncopp ’o re. Nun fa pe’ nuje… nun è robba nostra.» Come fu, come non fu, Carmela, al pari di sua madre e sua sorella, e di tante altre donne del Sud, non se la sentì di votare sul re, e votò soltanto la scheda per l’Assemblea. Un’Assemblea speciale. Che doveva scrivere la nuova Costituzione. L’Assemblea costituente. Non potevano far fermare gli orologi, non potevano votare sul re. Era un momento di grande cambiamento per l’Italia. Senza più il re. Senza più i fascisti. Senza la guerra. Gli italiani erano diventati cittadini, non erano più sudditi. Forse Carmela non aveva nemmeno ben capito l’importanza del momento.

Ma si sentiva contenta e spaesata. Ed era contenta di lavorare per il Dottore. Che era uno dei 556 deputati che stava lavorando a scrivere la Costituzione. Nell’Assemblea costituente. Importante fin dal nome! Carmela era curiosa di natura. E non riusciva a non buttare un occhio sugli appunti che il Dottore lasciava sul tavolo di lavoro, quando la mattina presto sistemava e puliva. Il Dottore era contento di trovare la scrivania a posto e aveva consentito che Carmela mettesse anche le mani fra le carte. «Ma senza mettere troppo ordine!» si raccomandava sempre. Più di una volta, all’inizio, Carmela era stata rimproverata per aver messo troppo a posto. Ma il Dottore era paziente, con lei. Forse anche perché spesso si distraeva a guardare nella scollatura. In verità, rigogliosa. Da vera maggiorata. «Carmela, ognuno ha un suo ordine. E io nel mio disordine mi ritrovo. Tu puoi spolverare, sistemare, asciugare, ma non devi mettere le carte in un altro ordine. Sarebbe il tuo ordine. Non il mio. E non mi ci ritrovo più.» Carmela aveva imparato la lezione. I libri li chiudeva, ma mettendo un segno di carta colorata alla pagina in cui erano aperti. Le carte e gli appunti invece li spostava solo. Spolverava, puliva e poi li rimetteva nello stesso ordine disordinato in cui il Dottore li aveva lasciati. Così, quando il Dottore verso le 8 del mattino passava dalla scrivania, prima di uscire, Carmela gli portava il caffè e lo salutava con la loro frase ormai abituale. «Buongiorno Dottore, il vostro ordine è stato rispettato?» Il

Dottore in genere rispondeva solo con un sorriso. Carmela aveva imparato a misurare l’umore e la stanchezza del Dottore da quel sorriso mattutino. Nelle ultime settimane il Dottore sembrava sempre più agitato, più nervoso. Quasi non sorrideva più al saluto convenzionale. Era pensieroso. Aveva la faccia sempre più grigia. Il sorriso sempre più tirato. Forse era per il lavoro. Forse era per via della moglie. Sembravano cane e gatto. Sempre litigi. Sempre baruffe. Ma Carmela non si permetteva certo di dire una frase in più. Avrebbe rischiato grosso. Aveva saputo che l’anno precedente la moglie del Dottore, di cameriere a servizio, ne aveva mandate via due. Perché si prendevano le confidenze. E Carmela ci teneva a restare a Roma, in quella casa così bella, piena di sole. A pochi passi da quella piazza bellissima, con chiese e fontane. Lei che veniva dalla provincia di Benevento. E aveva visto soltanto campagna, bestie, case scalcagnate e soldati, prima di allora. Quella vita romana la stava facendo rifiorire. Nello spirito e nel corpo. Carmela stava sbocciando. Da bella, stava diventando bellissima, di una bellezza che non passa inosservata.

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