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Non mi pare, ad occhio, che in Italia sopravviva qualche fascinazione nei confronti della monarchia. Sarà perché “re Sciaboletta” con la sua infausta e anche un po’ flaccida implicazione col fascismo non ha lasciato nei nostri nonni un grande ricordo, sarà perché tra qualche anno celebreremo l’ottantesimo anniversario della Repubblica, e dunque per diverse generazioni è rimasta del tutto ignota una forma di stato diversa da quella in cui il monarca è un Presidente come Mattarella, sarà perché in prevalenza nel mondo si incontrano repubbliche piuttosto che regni, la monarchia non appare per noi un’opzione plausibile. La guardiamo con qualche curiosità, questo sì: roba da gossip, da tabloid che le signore sfogliano dal parrucchiere, per dare un’occhiata all’abito da sera della Regina, al diadema della principessa, agli amori tristi di lady Diana (un evergreen), alle mattane di qualche principe scapestrato, prima di soffermarsi sulla versione più casereccia dello stesso eterno film interpretata da Ilary Blasi e Ciccio Totti. Ma non c’è cuore o cuoricino italiano che possa battere per il re, anche perché la versione del principe meglio conosciuta dalle parti nostre è quella di Emanuele Filiberto, gaffeur professionale in grado di battere di qualche lunghezza il più agguerrito ministro della terza Repubblica nella gara sui congiuntivi sbagliati e sull’incultura generale.

Ma l’emozione destata dalla scomparsa dell’anziana regina, forse anche moltiplicata dalla curiosità dei riti di commiato-dieci giorni di celebrazioni- che sembrano provenire da un passato remoto quanto “lussuoso” della monarchia inglese, la stessa enorme e sincera partecipazione di popolo, hanno acceso un interesse che non era affatto scontato. Innanzitutto il mutamento di prospettiva e di apprezzamento per il re Carlo. È apparso, al mondo e agli italiani, trasfigurato: dallo scialbo ed incompiuto primogenito tenuto lontano dagli affari di stato quasi con un implicito giudizio di inadeguatezza, incastrato nell’immaginario collettivo come quello che abbandona l’icona pop Diana, bellissima e buona, per concupire una strega cattiva, ecco la trasformazione in uomo di Stato, addirittura autorevole in completo scuro, finalmente fuori dalle insipide cinquanta sfumature di grigio e principe di Galles che avevano illustrato la sua vita da eterno cadetto. Sorprendente e incuriosente. Si accende qualche curiosità su questa forma di Stato che sembra scaldare il cuore di popoli interi. Quanti? In Europa ci sono 12 monarchie ( nel mondo in tutto 46);comprendendo anche i principati e il Papa.

In dettaglio: oltre al Regno Unito, abbiamo le monarchie nord-europee della Danimarca, Svezia, Norvegia, Olanda, Belgio, poi la Spagna, poi i piccoli “reami” del Liechtenstein (principato), del Lussemburgo (granducato), di Monaco (principato), di Andorra (coprincipato) e infine la Città del Vaticano, tecnicamente una “monarchia assoluta”. Per lo più, però, si tratta di monarchie parlamentari. La distribuzione del potere tra le forme di monarchia, però, è diseguale nel mondo: esistono in giro per i continenti sette monarchie assolute, in cui il monarca detiene un bouquet di poteri niente male (insomma la divisione tra legislativo, esecutivo e giudiziario non c’è), nove in cui al re è riconosciuto, oltre al potere di rappresentare la nazione, anche quello Esecutivo, e trenta in cui il reggitore del regno è una figura meramente rappresentativa, che si afferma nelle monarchie costituzionali parlamentari (il re che “regna ma non governa”). La Regina Elisabetta rientrava in quest’ultima categoria. E allora perché tutta questa sincera ed affettuosa partecipazione al rito dell’estremo saluto alla ultranonagenaria regina da parte dei 56 popoli de Commonwealth in ogni pizzo del mondo? Forse perché anche i popoli hanno bisogno di riconoscersi in una identità condivisa, in una persona fuori dal conflitto politicante, che ne racconti la storia collettiva, ne conosca le sofferenze, le piccole e grandi gioie condivise, un’istanza ultima, fuori dalla mischia, che è lì sempre a rassicurarti che sei parte di un unico destino, perché i governi e i parlamenti passano, ma il tuo Paese, la patria dei tuoi padri è la realtà che resta. L’ha saputo fare bene e per tanti decenni la Regina Elisabetta. Ma non è necessaria la monarchia per questo ruolo: lo fa benissimo il nostro Mattarella e, francamente, stiamo bene così. Al riparo di qualche deragliamento dinastico.

Lunga vita al re. Monarchi, emiri, principati e reami, tra tabloid e politica

Perché tutta questa sincera ed affettuosa partecipazione al rito dell’estremo saluto alla ultranonagenaria regina da parte dei 56 popoli del Commonwealth in ogni pizzo del mondo? Forse perché anche i popoli hanno bisogno di riconoscersi in una identità condivisa. Ma non è necessaria la monarchia per questo ruolo…

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