Islamabad guadagna visibilità ospitando i colloqui Usa-Iran, ma senza accordo la rendita strategica resta tutta da costruire. Il passaggio chiave sarà nei prossimi giorni: la tenuta del cessate il fuoco e la capacità di mantenerlo
Le trattative tra Stati Uniti e Iran ospitate a Islamabad hanno riacceso i riflettori sul ruolo internazionale del Pakistan. Il Paese è riuscito a portare allo stesso tavolo due attori profondamente diffidenti, ottenendo riconoscimenti da entrambe le parti e visibilità globale. Ma parlare di “vittoria diplomatica” è, per ora, eccessivo.
Il dato centrale è semplice: non c’è accordo. Senza un risultato concreto, il capitale politico accumulato resta in larga parte simbolico. E per Islamabad questo è un limite cruciale. Il Pakistan ha un interesse diretto alla de-escalation — per ragioni geografiche, economiche e sociali — ma soprattutto ha bisogno di tradurre la mediazione in ritorni strategici, in un contesto di fragilità economica e forte dipendenza da partner esterni, in particolare i Paesi del Golfo.
Il punto, quindi, non è la capacità di ospitare negoziati, ma cosa se ne ricava. Un successo avrebbe potuto rafforzare la posizione pakistana nei confronti dei creditori e dei partner regionali. Senza accordo, quella leva resta potenziale.
A questo si aggiunge un nodo più profondo: la credibilità. Il Pakistan ambisce da tempo a un ruolo di leadership nel mondo islamico, anche come potenza nucleare, ma questa ambizione convive con ambiguità strutturali. Dalla storica ambivalenza nella lotta al terrorismo — emblematica la presenza di Osama bin Laden sul suo territorio — fino alle tensioni aperte con Afghanistan e India, il Paese fatica a stabilizzare il proprio vicinato mentre si propone come mediatore globale.
C’è poi un limite politico-ideologico: una narrativa interna fortemente anti-sionista riduce lo spazio per un ruolo pienamente credibile di broker regionale. Perché se il tavolo oggi è Usa-Iran, la stabilità di lungo periodo passa inevitabilmente anche dal rapporto tra Iran e Israele.
Questo non significa che Islamabad sia fuori dal gioco. Al contrario, resta coinvolta e punta a strutturare un “Islamabad Process” fatto di incontri progressivi. Ma il passaggio chiave sarà nei prossimi giorni: la tenuta del cessate il fuoco e la capacità di mantenerlo.
Fino ad allora, più che una vittoria, quella del Pakistan è un’operazione di posizionamento: molta visibilità, ma rendimenti ancora da dimostrare.
Perché conta davvero e cosa c’è in gioco (anche per Cina e Golfo): l’analisi completa è su “Indo-Pacific Salad” di questa settimana. Per iscriversi alla newsletter basta seguire il link.
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