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Qualche decennio fa si sarebbe detto alzare il livello dello scontro. Ed è esattamente quello che sta succedendo nell’ambito della battaglia tra Stati Uniti e Cina per il canale di Panama. Pechino non ha la benché minima intenzione di lasciare una delle più importanti e strategiche infrastrutture marittime del mondo nelle mani di compagnie che non battano bandiera cinese. Da quando il governo di Panama ha messo fuori gioco la Cina, espropriandola delle proprie concessioni relative agli scali di Cristobal e Balboa, il Dragone è finito alle corde e questo spiega la reazione rabbiosa del governo cinese. Prima la richiesta di un risarcimento miliardario a mezzo arbitrato internazionale, adesso la minaccia a quelle compagnie chiamate a raccolta dallo stesso governo centro americano per sostituire la ben più muscolosa Cosco.

Atteggiamenti che, nei fatti, potrebbero giocare a favore della cordata americana guidata da Blackrock e che vede imbarcata anche l’italiana Msc. Se il deal da 22,7 miliardi per rilevare dalla cinese Ck Hutchinson 43 scali portuali sparsi per il globo, tra cui i due hub agli estremi del canale di Panama, sembra ormai finito su un binario morto, molto più probabile appare la possibilità che le licenze per Cristobal e Balboa, un tempo in mano alla Cina, vengano affidate proprio ai nuovi concessionari, che potrebbero a loro volta affidare il transito dei cargo a compagnie non cinesi.

Tutto da vedere, ma nel frattempo Pechino continua a martellare. Come? Chiedendo alle compagnie che hanno sostituito Cosco, Maersk e Msc, di cessare immediatamente le operazioni nei porti di Balboa e Cristobal, sul Canale di Panama. In altre parole, un’ulteriore escalation nella contesa geopolitica e commerciale attorno a una delle infrastrutture marittime più sensibili al mondo. La richiesta è stata formulata durante un incontro con la Commissione nazionale cinese per lo sviluppo e la riforma. Nel dettaglio, alle due compagnie è stato chiesto non solo di ritirarsi dalle concessioni temporanee ottenute a Panama, ma anche di non “impegnarsi in attività illegali che danneggiano gli interessi delle aziende cinesi” e di rispettare “etica commerciale e regole internazionali”.

A conti fatti, la Cina considera ormai il dossier Panama come una questione legata direttamente alla sicurezza delle proprie catene di approvvigionamento. Non a caso, il ministero dei Trasporti cinese quando ha intimato ai due gruppi europei di lasciare i porti, li ha anche richiamati alla necessità di preservare le catene di approvvigionamento in una fase aggravata anche dalle perturbazioni legate alla guerra in Iran. La vicenda dei porti panamensi assume dunque una valenza che va oltre il singolo contenzioso commerciale e diventa un test sul grado di influenza che la Cina intende ancora esercitare su snodi chiave del commercio globale.

La Cina alza il tiro, ora Panama è un affare di Stato

Messa alle corde dallo stesso governo panamense e scalzata dalle compagnie europee, il Dragone passa dalle cause legali alle minacce, provando a fermare il lento, ma inesorabile, passaggio di consegne dei due scali agli estremi del canale. Ma così facendo rischia di spalancare le porte ai nuovi potenziali concessionari

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