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La nomina del senegalese Abdoulaye Bathily quale nuovo rappresentante speciale per la Libia e capo della Missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) da parte del segretario generale António Guterres non ha trovato troppo appeal sui media internazionali e tra i cittadini libici.

Ed è forse anche questo parte di un momento delicatissimo in cui lo scoraggiamento è il sentimento di fondo con cui ci si approccia alle dinamiche del Paese. Bathily succede allo slovacco Ján Kubiš, che si era dimesso senza risultati concreti a novembre 2021, seguendo la strada dei suoi predecessori: il processo politico interno è ingovernabile, è il sunto spietato alla base delle rinunce a questi incarichi.

La posizione dell’inviato speciale è stata colpita dal contesto, ed è rimasta a lungo vacante a causa di divergenze tra i membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e da parte delle autorità libiche di Tripoli. La scelta è ricaduta sul senegalese per la lunga esperienza (accademica, attualmente insegna anche al King’s College di Londra, ma pure istituzionale tra il suo governo nazionale e le organizzazioni multilaterali internazionali). Bathily era già coinvolto sulla Libia, essendo stato esperto indipendente per la revisione strategica dell’Unsmil nel 2021, e rappresentante speciale aggiunto del segretario generale.

“Nella realtà non vedo però troppe chance in mano al nuovo rappresentante speciale, almeno nel breve termine, sebbene è chiaro che l’Onu qualcosa dovesse fare, perché il ritardo nella nomina non ha di certo migliorato la considerazione che i libici hanno di questa istituzione”, spiega una fonte politica libica che parla con Formiche.net a condizione di anonimato.

Il Paese è (di nuovo) in una delicata fase di stallo istituzionale che potrebbe scivolare rapidamente verso scontri armati — e i sentori ci sono già stati nelle passate settimane.

Un breve riassunto delle puntate precedenti: a Tripoli c’è un Governo di unità nazionale (Gnu) che è stato nominato attraverso il Foro di dialogo onusiano dopo il cessate il fuoco dell’autunno 2020. Il Gnu è guidato da Abdelhamid Dabaiba, che però è stato sfiduciato dal parlamento che prima lo aveva avallato — l’HoR, la Camera dei Rappresentanti che è in auto-esilio a Tobruk dal 2014 e che di fatto rappresenta un organo elettivo, ma datato quasi un decennio, incarnito in postazioni di potere (piuttosto locali) e teoricamente diretto dal presidente Agila Saleh. La stessa Camera ha affidato l’incarico di governo a Fathi Bashaga, ex ministro dell’Interno di un precedente governo onusiano che ha guidato la Tripolitania durante l’ultimo tentativo di prendere il Paese spinto dal signore della guerra di Bengasi, Khalifa Haftar, e dai suoi (ex?) sponsor: Egitto, Emirati Arabi, Russia. Bashaga, protagonista della fase di difesa grazie al rapporto col protettore pro-attivo, la Turchia (intervenuta sul campo in modo efficace e vincente, respingendo gli haftariani e portando al percorso che ha eletto Dabaiba), dovrebbe sostituire l’attuale esecutivo attraverso un nuovo Governo di stabilità nazionale (Gns). Ma non riesce a entrare a Tripoli.

Qui (come se il quadro non fosse già abbastanza complesso) entrano in gioco le forze più importanti del tessuto militare, economico e sociale libico: le milizie. Karim Mezran, uno degli storici e più influenti analisti sulla Libia, spiegava su queste colonne che il Paese è in mano a gang, bande armate che badano solo ai propri interessi. Le milizie appoggiano le posizioni politiche che ritengono più convenienti, sono zeppe di armi (che in Libia sono tutto fuorché non accessibili), offrono ai giovani un’opportunità (economica e idealistica) che le istituzioni non riescono a offrire da tempo; basano il loro appeal (limitato, ma persistente) sullo scoramento e su un generale senso di sfiducia generale che pervade la Libia.

Bathily sa che dovrà confrontarsi con questo quadro, evitando che gli scontri degenerino, ma anche cercando di superare questo livello di ingaggio a media intensità — che sembra essere studiato per evitare una risoluzione, visti i costanti cambi di casacca dei miliziani. Ossia, il mantenimento di una situazione instabile è una forma di assicurazione per quegli attori che dalla stabilizzazione potrebbero perdere legittimazione e che tengono in ostaggio i politici (che in parte accettano questo stallo) e i cittadini (che invece in definitiva subiscono un costante peggioramento delle condizioni generali di vita).

A differenza dei suoi predecessori, Bathily può far conto su un clima esterno favorevole — ed è una forza. Gli astri sulla Libia sono per ora allineati, le divisioni che hanno caratterizzato anche l’ultima guerra civile al momento sono state (tatticamente) appianate. E la Libia non è adesso un terreno di scontro per procura — complice un riassetto delle relazioni internazionali che guida la regione del Mediterraneo allargato in questa fase post-pandemica.

Turchia, Emirati, Egitto si parlano; Francia e Italia sono (anche per effetti di intese di ordine superiore) più vicine; la Russia ha altri generi di impegni; i Paesi del Golfo vivono una fase di appeasement generale. Ripartire da qui, con un nuovo approccio (che isoli le mele marce libiche, come suggerisce Mezran), per evitare che i dissidi interni ai libici intacchino anche il quadro regionale. Questo è il reale compito di Bathily.

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