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“Oggi possiamo confermare che l’Iran si sta metodicamente basando nel Mar Rosso, con navi da guerra che pattugliano la regione meridionale”, ha detto il ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz, durante un evento ad Atene. “Negli ultimi mesi abbiamo identificato la più significativa presenza militare iraniana nell’area nell’ultimo decennio”, ha spiegato. Per la difesa israeliana ci sono immagini satellitari di almeno quattro navi da guerra iraniane che pattugliano il Mar Rosso.

Ufficialmente questo interessamento al Mar Rosso, che dura da alcuni anni, ha solo funzione di sicurezza: Teheran dice che la presenza delle proprie navi serve a proteggere i cargo iraniani dal rischio di attacchi dei pirati — che effettivamente battono la zona meridionale del Mar Rosso, attorno al Corno d’Africa e al Mar Arabico, ambito dell’operazione antipirateria “Atalanta” (EU NAVFOR Somalia).

La preoccupazione di Israele e di alcuni Stati arabi è però che l’interesse al Mar Rosso non si fermi solo a questo genere di ragioni, ma sia anche parte di operazioni di disturbo. Più volte negli ultimi anni i Pasdaran hanno compiuto sabotaggi e azioni aggressive contro altre imbarcazioni transitanti per lo stretto di Hormuz, lungo il Golfo Persico.

La paura è che queste attività possa adesso allargare il raggio. Considerando peraltro che se Hormuz è un nodo centrale per i traffici energetici (petrolio e Gnl) che partono dal Golfo, il Corno d’Africa e il Mar Rosso lo sono ancora di più per tutto il commercio che collega l’Asia all’Europa — corridoio di connessione tra il quadrante del Mediterraneo e quello dell’Indo Pacifico.

La situazione potrebbe essere anche un moltiplicatore di tensioni attorno alla Repubblica islamica, che arriva mentre si fatica ancora a trovare una quadra per ricomporre il Jcpoa. Da mesi, sull’accordo per il congelamento del programma nucleare iraniano — in una fase di limbo dopo l’uscita statunitense e l’inizio delle violazioni da parte di Teheran — sono in corso colloquio per ora senza soluzione.

L’ultimo di questi tentativi, la scorsa settimana, è stato mediato dal Qatar e non ha portato a risultati anche se, per dirla con il ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amir-Abdollahian, “il percorso per la diplomazia è aperto”. Ieri, mercoledì 6 luglio, Abdollahian ha ospitato a Teheran l’omologo qatarino, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, che a sua volta negli ultimi giorni ha avuto conversazione telefoniche con i capi della diplomazia europei e statunitensi, Josep Borrell e Antony Blinken.

Oggi al Thani è in Oman, che con Doha sta guidando la spinta regionale per trovare una soluzione al dossier. Per il Qatar, al di là di tutto, un accordo Usa-Iran sarebbe utile per non avere preoccupazioni nello sviluppo del giacimento gasifero che ha in comune con Teheran.

Gli Stati Uniti hanno escluso tuttavia che presto Doha possa ospitare un altro ciclo di colloqui indiretti (si chiamano così perché sono i funzionari Ue che conducono le discussioni) con l’Iran, a causa della mancanza di progressi. “Ci impegniamo a tornare alla conformità con il Jcpoa se l’Iran assumerà lo stesso impegno. Sfortunatamente, l’Iran, come ho detto in precedenza, continua a sollevare questioni che sono estranee [e] continua a dimostrare che non ha ancora preso questo impegno politico”, ha commentato il portavoce del dipartimento di Stato.

Nei giorni scorsi, l’inviato speciale degli Stati Uniti per l’Iran, Robert Malley, ha dichiarato che Teheran ha abbastanza uranio altamente arricchito per costruire una bomba nucleare. Malley ha detto alla National Public Radio che il fallimento dell’ultimo round di colloqui è stata una “occasione sprecata”, e ha attribuito all’Iran la responsabilità di aver avanzato ulteriori richieste non correlate alle discussioni sul programma nucleare durante gli ultimi colloqui.

Sul tavolo c’è la richiesta iraniana di escludere le Sepâh dalla lista terroristica Fto statunitense. Washington sostiene che non è parte del dialogo sul Jcpoa; Teheran li vuole inserire nel quadro del sollevamento delle sanzioni. Il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, ha dichiarato che la rimozione delle “crudeli” sanzioni contro il suo Paese è un prerequisito per trovare un accordo. Tutto resta fermo alle posizioni del novembre 2021, quando i colloqui sono ripreso a tre anni dall’inizio dello stallo.

“Una cosa è certa: la dinamica ‘nessun accordo, nessuna crisi’ non è sostenibile”, commenta Ali Vaez esperto del Crisis Group, think tank di Washington dove dirige l’Iran Project Director. Vaez, che con l’ex collega Robert Malley ha contribuito attivamente alla stesura del Jcpoa, spiega che “con così tanti attriti tra l’Iran, gli Stati Uniti e i rispettivi alleati regionali, c’è molto spazio per un’escalation deliberata o involontaria che potrebbe andare fuori controllo”.

Il Mar Rosso, come lo stretto di Hormuz o la Siria e il sud del Libano, potrebbero essere i punti di esplosione di questa escalation. Tutto sembra ricordare l’estate del 2019, quando le tensioni sono esplose sotto forma di inasprimento delle sanzioni e di attacchi alle rotte marittime internazionali e alle infrastrutture degli Stati arabi del Golfo, portando Teheran e Washington pericolosamente vicini al conflitto aperto più volte nel corso di pochi mesi.

A differenza di tre anni fa, adesso l’Iran ha anche aumentato la propria presenza regionale attraverso il network di milizie collegate ai Pasdaran. Un’attività portata avanti nonostante il Paese sia sottoposto al cosiddetto regime della “massima pressione” da parte degli Stati Uniti. Recentemente lungo il lineamento di Hormuz, tre barchini “Boghammar” iraniani sono arrivati pericolosamente a pochi metri dal contatto con due navi da guerra della US Navy.

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